“La quinta Giornata del rifugiato, che ricorre domani 20 giugno, costituisce un'opportunità per dare ascolto ai milioni di rifugiati del mondo. Essi hanno il diritto di essere ascoltati. Ed è importante che le priorità delle organizzazioni che li assistono vengano dettate direttamente dagli assistiti e non imposte dall’alto. Noi impariamo da coloro che serviamo. Senza la loro guida, i nostri programmi non hanno significato": lo afferma padre Lluís Magriñà , direttore del Jesuit Refugee Service (JRS) International, presente in 40 diversi paesi per assistenza a rifugiati e sfollati dal 1980, anno in cui venne costituito dall’allora Superiore Generale della Compagnia di Gesù, padre Pedro Arrupe. Se ai rifugiati si forniscono "accesso a informazioni accurate e risorse sufficienti - sottolinea padre Magriñà - essi stessi sanno prendere le migliori decisioni possibili per le loro vite in esilio e per le soluzioni a lungo termine necessarie per il loro futuro".
Dalla Tanzania gli fa eco Elias Mokua del locale servizio JRS e di Radio Kwizera: "Quando parliamo a queste persone, dobbiamo essere molto chiari. Soprattutto dobbiamo essere certi che venga loro data la possibilità di migliorare le loro vite. Ecco perché noi trasmettiamo direttamente per loro in una lingua che possono capire". Ingvild Solvang del JRS Indonesia aggiunge: "La solidarietà internazionale innescata dal disastro dello tsunami è stata indiscutibile e l’assistenza degli enti umanitari stranieri essenziale. Ma l’immagine proiettata verso il mondo è stata quella di 'eroi' paracadutati per aiutare i disperati di Aceh, oscurando quanto vitale lavoro umanitario è stato svolto dalla gente del posto per far diventare di nuovo normale la vita delle loro comunità ".
E dalla Colombia, Juan Manual Bustillo cita il caso di 34 famiglie rivoltesi al locale ufficio del JRS dopo essere state più volte sfollate: "Erano tipici di migliaia di casi in Colombia. Senza alcuna assistenza statale, erano abbandonati a loro stessi e facevano il meglio che potevano. Informati dei loro diritti e forniti di assistenza legale, portarono il loro caso in tribunale e chiesero che gli enti locali della loro zona garantissero loro un alloggio". Da ogni angolo del Sud del Mondo il Jrs offre esempi diversi di un modo concreto, solidale e positivo di affrontare la questione del rifugiato, "figura centrale del nostro tempo" secondo il filosofo Giorgio Agamben, docente all’universita' di Verona, noto per le sue riflessioni sulle persone ridotte alla loro 'nuda vita' dalla violenza del potere. Con l’aiuto di missionari e religiosi in genere, volontari e talvolta volenterosi enti locali ( il comune di Roma in Mozambico per esempio), il Sud del pianeta porta comunque in gran parte sulle sue stesse membra deboli e stanche il fardello di gran parte dei suoi senza patria, senza dimora, senza più chiara identità .
Un fardello molto oneroso e sempre più pesante se si mettono da parte le statistiche ufficiali e le meticolose e forse inevitabili classificazioni che da un punto di vista tecnico- giuridico distinguono tra “rifugiati” e “sfollati interni” (internally displaced persons, idp). Secondo l’Onu, tra gli uni e gli altri, il totale dei censiti dall’Unhcr (United Nation High Commissioner for refugees, più noto in Italia come Acnur) era a dicembre pari a 19.200.000 persone, il 13% più di un anno prima; fonti meno ufficiali non esitano però a portare il totale dell’arcipelago rifugiati-sfollati anche a 40 e perfino 50 milioni di persone. (continua) [MB]
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