ROMA " 23 LUGLIO 2007, E’ con grande commozione che ho appreso la triste notizia della morte di Re Zahir Shah dell’Afghanistan, un uomo che ha dedicato un’intera vita per il proprio paese sia durante il lungo regno sia nei lunghi e difficili anni dell’esilio. Egli fu legato profondamente al popolo afgano tanto da rinunciare, una volta rientrato in Patria, al ripristino della monarchia a favore di una repubblica che gli volle assegnare per costituzione il titolo di “Padre della Nazione”. Rientrato dall’esilio egli ebbe il grande merito di aver incoraggiato il suo Paese a intraprendere la strada verso la democrazia e la stabilità .
Re Zahir Shah fu incoronato a soli 19 anni, l’Afghanistan di allora era una terra irreale, emarginata dai processi della modernizzazione che si sviluppavano in tutto il mondo; il progresso dell’elettricità , dei telefoni, delle ferrovie, delle grandi strade asfaltate, non giungeva oltre i confini dell’Afghanistan. L’Afghanistan di oggi assomiglia ancora a quel tempo in cui le strade erano di terra battuta, in cui le donne erano considerate come oggetti ingabbiati nei burka. Ma ciò che è migliorato nel costume della capitale lo si deve Re Zahir che durante i suoi quarant’anni di regno seppe aprire le frontiere alla modernità e alla democrazia non solo importandola ma rendendola adatta alle particolarità e alle etnie di quel meraviglioso paese. Fece dell’Afghanistan una monarchia costituzionale, riprendendo il sogno liberalizzatore di un suo avo, Re Zahir diede forme democratiche al suo potere, dotò il paese di un sistema elettorale accanto alle tradizioni secolari della Loja Jirga, arrivò sino a sopprimere il “purdah” che imponeva il velo alle donne. Non fu un rivoluzionario del sistema, egli regnò e lasciò governare con saggezza, la stessa saggezza che usò nello scegliere i suoi fidati consiglieri con cui avviò la trasformazione profonda del paese. Egli riuscì a dare all’Afghanistan un volto democratico e moderno pur mantenendo le tradizioni profonde dell’Islam. A Kabul nasceva un Islam nuovo in cui la vita era aperta, in cui le donne potevano adeguarsi agli usi continentali, con un’università tra le più fervide del continente e un collegio femminile per le ragazze dell’accademia. Il colpo di stato del 1973 spezzò questa crescita democratica e moderna e fece piombare il paese in anni di guerre che aprirono le porte all’avanzata dell’Armata Rossa prima e dei Talebani poi.
Durante il lungo esilio Re Zahir Shah non intervenne mai nella tragicità di questi eventi perché avrebbe dovuto necessariamente prendere le parti di una o dell’altra etnia andando contro quei principi per cui fu educato e per cui divenne un Re illuminato. Rimase sempre un punto di riferimento perché per tutti, anche per i sovietici, sarebbe stato l’unico a poter porre fine alla lunghissima crisi afgana.
Finita la guerra contro i Talebani riaffermò con forza il suo ruolo di “servitore degli interessi del paese”. Lo stesso primo ministro designato dagli Stati Uniti, Hamid Karzai, presidente designato dell’Afghanistan, ha atteso la consacrazione ufficiale che Re Zahir Shah poteva conferirgli, l’unico che potesse dare credibilità alla neonata repubblica post talebana.
Egli è stato un esempio non solo per l’Islam ma per il mondo intero; il medio oriente ha certamente bisogno di uomini del calibro di Re Zahir, capaci di incarnare con la loro vita e la storia della propria dinastia la cultura e l’essenza stessa dei popoli che abitano i loro paesi.
Rivolgo un commosso saluto a tutta la Famiglia Reale dell’Afghanistan e a tutto il popolo afgano e esortandoli a non dimenticare mai quell’uomo straordinario che fu il loro “Padre della Nazione”, Re Zahir Shah.
Emanuele Filiberto di Savoia
Filippo Bruno di Tornaforte
Portavoce della Reale Casa d'Italia
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