Vittorio Emanuele III salvò l’Italia

Bergamo A sessantaquattro anni dall’armistizio del 1943, l’8 settembre rappresenta ancora una data di divisione e contrasto per quella lettura storica del trasferimento del Re Vittorio Emanuele III a Brindisi, lasciando Roma. Eroe o vigliacco? Traditore della Patria o salvatore dell’unità nazionale? Da 35 lustri queste domande restano aperte all’interpretazione di ciascuno.

«Sull’8 settembre - spiega Alberto Casirati, presidente dell’associazione culturale Tricolore - la letteratura, i giornali e la storiografia linciano la Casa Savoia, adducendo anche spesso motivazioni storicamente inaccettabili e false». Fra queste, la notizia che Brindisi fosse già presidiata dai nazisti, mentre si avrebbe prova, dagli archivi militari, che la città pugliese fosse ancora territorio italiano. «È un tentativo - aggiunge Casirati - di delegittimare la monarchia ed influenzare il successivo referendum istituzionale del 1946».

L’ex ambasciatore ed editorialista di noti quotidiani del Belpaese, Sergio Romano, non più tardi di un anno fa si chiedeva cosa sarebbe successo all’Italia, se in quei giorni controversi il «Re fosse rimasto nella Capitale e fosse caduto, come era probabile, nelle mani dei tedeschi». Lo storico Lucio Villari, sul Corriere della Sera nel 2001, lesse la partenza del sovrano regnante come «la salvezza» del Paese, avendo evitato di «essere afferrati dalla gendarmeria tedesca», gettando altresì le basi a Brindisi per il futuro «Stato democratico» e risparmiando l’egemonia americana come avvenne in Germania a fine guerra. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, tributò al Re il merito di aver «colmato l’incombente vuoto istituzionale, imponendosi agli Alleati quale unico interlocutore legittimo». Voci autorevoli, ma ancora fuori dal coro.

Eppure, malgrado la persistenza del risentimento di alcuni ambienti politico-culturali, la monarchia era restata nelle corde degli italiani, se il 2 giugno l’Unione monarchica giura esserci stati brogli elettorali per proclamare la Repubblica. «Il fatto che l’istituzione monarchica possa essere stata maggioritaria nella popolazione - incalza il presidente di Tricolore - deriva dal fatto che solo successivamente è stata posta in essere un’opera di demolizione scientifica della Casa reale. Negli anni della fine del conflitto ciò che la gente percepiva era solo la confusione di quel frangente e ciò che traspariva dalla stampa pilotata da Alleati, tedeschi e partigiani». La “vulgata” storica sarebbe così giunta inquinata dagli «occultamenti» della verità , «facendo leva sulla propaganda di nazisti, repubblichini o Comitato di liberazione nazionale, per condannare la monarchia anche dal punto di vista morale».

Il termine “fuga” accostato a Vittorio Emanuele III fu coniato proprio dagli ambienti vicini a Benito Mussolini: «Fu una parola utilizzata da subito dai fascisti. Fin dall’aprile ’43 i nazisti cercavano l’occasione per invadere l’Italia, e quella della “fuga” era ghiotta per realizzare il disegno».

Gianvito Casarella