Roma: Ogni volta che ci sono vittime italiane in Afghanistan riparte la polemica sulla “guerra“ lontana, sul nostro ruolo a Herat, sugli obiettivi e la logica delle strategie. Diversi punti di vista attraversano gli schieramenti, ma è a sinistra, soprattutto, che ormai emergono le divisioni.
L’estrema sinistra e certe associazioni non hanno vergogna a dire che i nostri militari si trovano in Afghanistan non solo per portare aiuto, ma per “ammazzare“, come ha detto a Radio24 oggi Cecilia Strada (Emergency). Al contrario, esponenti di Centro o anche del PD come Casini, Rutelli e Fassino si dicono pronti a rafforzare le nostre difese militari.
La posizione del governo è chiara e lineare sin dal principio.
Gli italiani si trovano in Afghanistan con l’obiettivo di contribuire a ricostruire il tessuto sociale e produttivo del Paese, garantendo tutti i capisaldi di una democrazia moderna. In sostanza, libertà e sicurezza. Basta leggere il reportage di Lorenzo Cremonesi oggi sul Corriere della Sera per capire che laddove gli italiani sono presenti, c’è una speranza per la popolazione civile, per tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Afghanistan. È stupefacente, scrive Cremonesi, che vi siano ormai quattro voli al giorno da Kabul a Herat, gestiti per di più da tre compagnie aeree diverse e “hostess che ti sorridono spigliate, talvolta anche quasi senza velo quando meno di dieci anni fa c’era la guerra“. All’idea che gli italiani se ne vadano, la reazione dei locali è netta: “No, guai, non lo pensate neppure. Qui sarebbe un massacro peggiore di tutti i precedenti“. Commozione per la morte dei quattro alpini. “Tragico. Assurdo. Sono morti per noi, poveri ragazzi!“. Nel 2009 la strada per l’aeroporto era sinonimo di attentati e rapimenti. Oggi è cambiato tutto, gli italiani pattugliano. Di più: la vecchia zona industriale “è rifiorita“ con una ventina di nuove azienda, il rilancio dell’occupazione e l’incremento del numero di iscritti all’Università .
Gli italiani stanno svolgendo il loro lavoro in modo impeccabile. Il generale Petraeus ha reso omaggio ai quattro alpini definendo i nostri soldati “eroici e altruisti“. Due aggettivi che dicono tutto. Del resto lo hanno dimostrato in tante missioni all’estero. Soprattutto, non c’è un contingente straniero che sia più capace di stringere rapporti con la popolazione locale e farsi amare e rispettare al di là della forza delle armi. In più, i “nostri“ sono ottimi combattenti. Professionisti. La stessa proposta del ministro La Russa di armare con bombe gli aerei, al di là delle polemiche e dei distinguo dimostra che abbiamo voluto evitare qualsiasi rischio di “danno collaterale“ con vittime civili.
L’Italia è un partner intelligente e affidabile per gli Stati Uniti e tutti i nostri alleati. È stata la prima a rispondere positivamente all’appello di Barack Obama per un maggior impegno in Afghanistan quando la guerra sembrava persa. Oggi la situazione è migliorata, ma il nostro obiettivo sarebbe quello di dichiarare concluso il nostro compito nel 2011, mantenendo una presenza finalizzata all’addestramento fin quando sarà necessario. Ma qualsiasi decisione, ribadisce il ministro La Russa in un’intervista oggi a La Stampa, non sarà da noi presa in modo unilaterale, cioè il disimpegno sarà concordato al momento opportuno con gli alleati. La nostra missione resta una missione “di pace“, che produce ogni giorno effetti forse mediaticamente invisibili ma positivi e concreti, anche in funzione di deterrenza del terrorismo internazionale. Questo è un modo serio di affrontare la crisi afgana. Il resto è demagogia.
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