Milano: La crisi sembra avere scalfito lo spirito imprenditoriale degli italiani più di quello di altri popoli. Nel 2008, secondo il Global entrepreneurship monitor (Gem), il rapporto di ricerca internazionale che misura limprenditorialità in 43 paesi del mondo, la percezione di avere abilità e conoscenze sufficienti ad avviare unimpresa è scesa del 21% e lintenzione di avviare attività in proprio entro tre anni è crollata del 29% "Nessun altro paese dEuropa ha registrato una caduta delle stesse proporzioni”, affermano Guido Corbetta, Alexandra Dawson e Giovanni Valentini dellEnter Bocconi, il Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori che ha curato la rilevazione in Italia, "e ciò suggerisce che in Italia la percezione della situazione economica è più pessimistica che altrove&r! dquo;.
Il rapporto, che si avvale della collaborazione di Ernst & Young e Atradius, sarà presentato venerdì 30 ottobre alle ore 17 presso la sede dellUniversità Bocconi di via Roentgen 1 nellambito di MI faccio IMPRESA, il salone dei nuovi imprenditori promosso dallassociazione ImpresaFacendo. In quelloccasione i risultati verranno discussi in una tavola rotonda da esponenti delle principali istituzioni , del mondo accademico, del mondo associativo e delle imprese.
La percentuale di italiani adulti coinvolti nella gestione di una nuova impresa (con meno di 42 mesi di vita) è del 4,6%, contro una media del 6,4% tra le 18 economie avanzate (su 43 totali) comprese nella rilevazione. Solo Belgio, Danimarca e Germania fanno peggio dellItalia. Tra i paesi di dimensioni comparabili la Spagna si attesta al 7%, il Regno Unito al 5,9% e la Francia al 5,6%. è dal 2003 che lItalia ottiene un risultato inferiore alla media nel parametro che misura la creazione di nuove imprese.
Anche dopo il forte calo del 2008, la percentuale di adulti italiani che ritiene di essere qualificato per avviare unimpresa (35%) non si discosta molto da quella degli altri paesi avanzati (39%), ma si traduce in una bassa percentuale di individui che intendono avviare unimpresa nei prossimi tre anni (7%). "Si tratta di un fenomeno comune allEuropa, ma non agli altri paesi avanzati”, sostengono ancora i tre studiosi dellEnter Bocconi, "ed è dovuto alla paura di fallire, ad indicare che nel Vecchio Continente esiste ancora uno stigma piuttosto forte nei riguardi di chi è costretto a chiudere unattività”. In realtà, la frequenza di chiusura di attività imprenditoriali è correlata alla frequenza di apertura e, in Italia, risulta molto bassa: nel 2008 tali episodi hanno riguardato l1,8% della popolazione adulta. Nel 41% dei casi si abbandona lattività per! ché essa non dà sufficiente profitto; le altre motivazioni sono personali (27,5%), problemi di finanziamento (10,5%), pensionamento (8,1%), possibilità alternative di impiego (5,8%), opportunità di vendita (4,7%), o una cessazione pianificata (2,5%).
In compenso, chi si lancia nellavventura imprenditoriale lo fa, per lo più, per sfruttare unopportunità anziché per necessità. Ogni sei imprese avviate per perseguire unopportunità di mercato, solo una parte perché limprenditore non vede altre possibilità di ottenere un reddito.
Il neo-imprenditore italiano tipico è un maschio (in rapporto di 2:1 rispetto alle femmine), residente nel Nord Italia (48,2%, contro il 17,5% del Centro e il 34,2% del Sud e isole), tra i 24 e i 35 anni (nel 43% dei casi) e laureato (lincidenza di neoimprenditori tra i laureati è due volte e mezza quella di chi non ha completato le scuole superiori e il doppio di quella di chi ha un diploma di scuola secondaria).
La rilevazione prevedeva anche interviste a un panel di esperti per comprendere quali siano i fattori che ostacolano lo sviluppo dellimprenditorialità in Italia: la ragione citata più spesso è la difficoltà di ottenere finanziamenti, seguita dalla scarsità di politiche e programmi pubblici di supporto allimprenditorialità.
“Quanto emerge dal rapporto Gem“, sostiene Samuel Pengel, country manager di Atradius per l’Italia, “conferma che la crisi economica ha lasciato un'eredità difficile da gestire. I percorsi di crescita delle imprese sono diventati più complessi e le relative opportunità di sviluppo sono state ridimensionate dagli eventi che hanno interessato i sistemi economici. Fare impresa oggi significa avere precise strategie per operare in questi nuovi scenari“.
“Nuove iniziative imprenditoriali in un periodo complesso come quello che stiamo attraversando sono oggettivamente difficili e, se non sostenute da una idea imprenditoriale di buon profilo, facilmente destinate a scarso successo. Non sorprende quindi il trend registrato nel nostro paese, anche in considerazione di un modello di sviluppo che spesso vede la nascita di nuove imprese collegate a fenomeni di flessibilizzazione aziendale“, dichiara Giacomo Iannelli, partner Ernst & Young.
La nuova impresa nei paesi avanzatiPaese % adulti
Stati Uniti 10,8
Islanda 10,1
Corea Sud 10,0
Grecia 9,9
Norvegia 8,7
Irlanda 7,6
Finlandia 7,3
Spagna 7,0
Israele 6,4
Slovenia 6,4
Regno Unito 5,9
Francia 5,6
Giappone 5,4
Paesi Bassi 5,2
Italia 4,6
Danimerca 4,4
Germania 3,8
Belgio 2,9
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