Oltre le colonne d’Ercole della corretta grammatica enologica c’è un oceano di poesia da tentare e da esplorare, dove i dinamismi della ricerca e della tecnologia si accordano con la contemplazione della natura. In simile contesto, nel bevitore appassionato a lungo si dibattono la sua anima stanziale e quella randagia. La prima trova in ogni piacevolezza una sponda utile per mettere radici e stabilire il proprio dominio. La seconda si desta al minimo refolo di novità che la snida e la ravviva, fino ai prodromi del volo. La maturità del gusto richiede un livello ancora più alto di discernimento e comprensione:occorre diventare animali d’altura, abitatori di creste e crinali, per dominare scenari del gusto sempre più ampi.
Dopo il bevitore stanziale e quello randagio ecco l’ulteriore raggiungimento:il bevitore estatico, l’incarnazione perfetta del “Bevitore d’Alta quota“.
Solo la quintessenza dell’eccellenza è ammessa nel tempio palatale. Solo un?Io rarefatto e puro può officiare il sacro rito della beva. Nessuna appartenenza, nessuna fede, nessuna valutazione se non l’insindacabile misura dell’estasi nella realizzazione del supremo mandala gustativo:il vino percepito come pura emozione. Nessun valore assoluto, ma un proprio valore assoluto. Nessuna illusoria libertà, ma un senso perfetto di proprietà. Del senso, dell’assoluto.
Il bevitore estatico, il perfetto spirito d’alta quota, riconosce solo esperienze consustanziali. Necessario l’accordo col creato e l’affinità col creatore.
E possono così placarsi i desideri, che sono entità spirituali che si incarnano nei momenti più belli della nostra esistenza, tocchi amorevoli , dolci carezze profuse ai loro oggetti e fonte di vita per chi li coltiva, speranza e futuro del cuore che li accoglie.
ROSARIO TISO
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