Oggi mi sono soffermata su una pagina particolare fra le tante che ho studiato durante le mie ricerche sulla donna. Nata da uno dei documenti più importanti dell’ultimo decennio: la dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne, del 20.12.1993 fatta dalle Nazioni Unite. Ho preso meccanicamente il foglio e ho letto l’articolo 3 comma a: diritto alla vita. Mi sono fermata, col cuore rotto, gli occhi pieni di lacrime che presto hanno incominciato a rigarmi il viso in un pianto sommesso, quasi di vergogna, vergogna di aver letto quelle parole che riguardano tutte le donne e quindi anche me.
Ma poi il pianto ha assunto proporzioni maggiori e si è trasformato in indignazione. Immensa indignazione per vivere in un pianeta tanto crudele con le proprie donne e bambini d’avere la necessità da parte dell’Onu di scrivere e divulgare un documento ufficiale per affermare che la donna ha il diritto di vivere.
Ho pensato: con quale coraggio l’hanno scritto tale articolo includendo questo preciso comma? Non se ne sono vergognati? Avranno discusso molto prima di decidere se questa clausola doveva essere inclusa? Qualcuno di quanti hanno redatto tale documento avrà avuto una crisi isterica o di pianto come la mia? Come si saranno sentiti gli estensori dell’articolo prendendo consapevolezza della propria passata, continua, silenziosa accettazione di fronte crudeltà del maschio? Saranno arrossiti? Hanno avuto paura delle critiche?
Purtroppo, questo documento è stato reso necessario dalla dura realtà in cui è immerso il pianeta. E le Nazioni Unite hanno trasformato in documenti, articoli, comma quello che ancora troppi uomini non riescono ad accettare: che le donne hanno diritto alla vita!
Per questo, per l’articolo 3, clausola (a) della dichiarazione dell’Onu per le Eliminazioni della violenza contro le donne, io non festeggerò l’8 marzo. Non sarà un giorno di festa per me. Questo articolo non è rispettato dagli uomini e non lo sarà per molto tempo ancora. Ancora noi non abbiamo il diritto alla vita.
L’8 marzo mi vestirò a lutto, per tutte le bambine rapite e uccise. Per tutte le donne assassinate da un uomo che non tollerava la parola “no”. Non ho niente da celebrare, perché ancora milioni di bambine vengono sottoposte ogni anno alla crudeltà della infibulazione in paesi in cui solo l’uomo ha il diritto a godere del piacere fisico. Non posso festeggiare quando bambini rappresentano merce a buon mercato di cui godono i pedofili.
Non brinderò, quando lo stupro è ancora praticato da esseri che si definiscono “umani”.
L’8 marzo sarà un giorno di raccoglimento in solidarietà con milioni di donne che non esistono, che un dio e un velo hanno reso invisibili nei paesi arabi. Non berrò una coppa di champagne; chiuderò gli occhi e abbasserò la testa per rispetto delle tante donne morte. Starò un minuto in silenzio, in memoria di tante anime, di tanti sogni non realizzati, di bambine non nate, di donne che hanno la vita, la speranza, la dignità per la violenza dell’uomo. E starò in silenzio anche per me stessa, donna che ancora non ha diritto alla vita.
Tania Rocha
rochatania@libero.it
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