Siamo partiti da un episodio in particolare per andare poi all’universale, al concetto generale e in questa nostra istituzione abbiamo voluto tracciare una via per leggere il fantastico, quasi un ermeneutica; abbiamo costruito una teoria del perché del fantastico, partendo dal fatto sociologico (il successo di tale genere in una determinata fascia di persone) passando attraverso il linguaggio di immagini usato dal racconto fantastico.
Il presente lavoro non vuole essere un collage critico di firme conosciute bensì il frutto di un modesto ed umile lavoro di intuizione e convinzione, avallato peraltro da dati e teorie di vario genere (statistiche, teologiche, sociologiche) che in ogni caso hanno supportato la nostra teoria.
È luogo comune che sta facendo il suo tempo il considerare la fantasia come genere di evasione, una letteratura adatta a personalità labili, a bambini cresciuti; il fantastico è molto di più; esso cela tensioni, desideri, sentimenti, sacralità , giustizia, quei valori di cui oggi vogliono parlare perché stanno sparendo ma che sino a qualche anno fa erano fortemente contestati come portatori di una cultura autoritaria.
La letteratura fantastica assurge a funzione paritetica, pedagogica, e non è un caso che movimenti educativi universalmente riconosciuti per la loro validità formativa dei futuri cittadini della Polis, come Federazione degli Scout’s d’Europa (la F.S.E) usino il racconto e l’ambientazione fantastica quale utili mezzi per le loro finalità educative e non come semplice gioco.
La letteratura fantastica cessa di essere un genere di seconda serie per diventare il “luogo” fondamentale che mette in relazione la letteratura con la pedagogia e con la filosofia politica, in un quadro di ricerche di nuove figure per un Paideia del Duemila. Fu intorno alla fine degli anni Settanta che in tutta Europa si registrò una ondata di entusiasmo e di interesse verso la letteratura fantastica. Questo entusiasmo fu generato in particolare dal successo che andò riscotendo in quel periodo il romanzo “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien, scrittore ed esponente di una corrente di pensiero chiamata “Cristiano - conservatrice”. Un dato che richiamò interesse nell’ambito del successo di quel racconto, risiedeva nel fatto che “Il Signore degli Anelli” aveva suscitato simpatie e nuovi adepti non tanto nel pubblico abituale del fantastico, lettori incalliti di ghost story o di scienze finction, ma in quel pubblico di lettori che non era predisposto a tale narrativa. Costoro, i quali rappresentavano la nuova schiera di estimatori del fantastico, non appartenevano alla fascia di età dell’adolescenza dalla quale, forse, è più lecito attendersi un interesse ma a quella degli adulti. Sulla scorta delle fonti dell’epoca (quotidiana, riviste, servizi televisivi sull’argomento) risultava che i nuovi aficionado del fantastico formavano una schiera di persone di un’età oscillante tra i venti e i quarantacinque anni, con una sufficiente preparazione culturale, appartenenti buona parte al ceto medio, e per quello che riguarda i più giovani composta di buona parte da studenti universitari (ma anche da giovani studenti di istituti tecnici).
Il mondo della cultura in genere, la stampa televisiva ed editoriale, si interessarono del fenomeno Tolkien ed il relativo successo che tutta la letteratura fantastica andava acquistando. La domanda che i media e gli intellettuali si ponevano era perché il fantastico andasse attraversando un momento di così forte risveglio in un’epoca, in un periodo, dominato dalla razionalità scientifica, dalla tecnologia avanzata, e perché proprio in una fascia di età non sospettabile di credere a ciò che è razionale.
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