Ho voglia di scrivere di vino ma non voglio mai più sacrificare un minuto di “bevuta“ reale per una riga,l’equilibrio di un momento spirituale e psicologico per uno scritto,una tempesta dei sensi per le sirene della poesia.
Amo troppo la vita.Amo troppo il piacere.Desidero innanzitutto avere un’identità gustativa onnicomprensiva e universale ed essere in armonia con me stesso e il mondo.Quindi scrivere...ma per enfatizzare un ricordo...possibilmente dopo essere riuscito a capire chi sono e cosa ho bevuto.
Non mi è mai interessato stupire qualcuno o millantare qualcosa.Nell’ “essere“ c’era e c’è per me un’energia che nel mostrare non ho mai trovato.
Il più grande equivoco è che le persone aspirano a diventare una statica “montagna“ di cultura quando l’uomo è sostanzialmente un fiume in perenne divenire.
In particolar modo il suo “gusto“,l’indiscusso e sensuale avamposto della sua animalità.
E’ giunto il momento di imparare a cercare in un vino non la perfezione tecnica...se mai si è stati capaci di farlo...ma l’intensità,non una coerenza formale ma più vita,un senso concentrato dell’esistenza,la percezione dell’essere nel rapporto con le sue passioni.
A “Casa Marino“ stavolta non c’era nessuna pentola scoppiettante sui fornelli...ma la consueta litania di eccellenze gastronomiche.
Al cospetto di un quartetto(Antonio Marino,Fabio Guzzo,Roberto Pontone,Rosario Tiso...),una serie di autentiche prelibatezze.
A cominciare dai formaggi...
Il Gregoriano è un caciotta a pasta morbida prodotta in Abruzzo con latte ovino crudo.E’ cremosa e lieve,sapida e floreale con una vena speziata a renderla ancora più succulenta.La scorza rosa,brunita dall’affinamento,va mangiata come per i più grandi formaggi a pasta morbida del mondo(camembert...).
A seguire un pecorino abbruzzese stagionato 48 mesi di una consistenza fuori dal comune.Nella sua untuosa livrea,nel suo lacrimoso tessuto si celano sapidità dimenticate,saporosità celestiali con un retrogusto pressoché infinito.Si dibatte sull’eventualità di accompagnarlo con mieli e marmellate per ammorbidirne l’impatto e il gruppo si divide.Si conviene su di un principio:quando un prodotto è buono non ha bisogno di “stampelle“ gustative.
Poi è la volta di un salume che è l’emblema del nostro territorio.
La “musisca“,originariamente ottenuta dalla carne di capra o di pecora, serviva ai pastori durante il periodo della transumanza. La sua forma a strisce lunghe e affusolate deriva dalla necessità di dover asciugare la carne nel minor tempo possibile.
Durante gli spostamenti i pastori,come fonte di sostentamento,uccidevano qualche capo del loro bestiame e non potendolo consumare tutto lo tagliavano appunto a strisce per poi farle essiccare al sole.
Per noi Dauni la “musisca“ è musica.
Della terra,del lavoro,della tradizione.
Nel suo sapore forte e aromatico di spezie c’è tutto il lirismo di un’epopea...quella della migrazione delle pecore dalle montagne abruzzesi alla piana del Tavoliere delle Puglie...i cui riverberi continuano a balenare nell’intarsio culturale di una civiltà mai dimentica del suo glorioso passato.
Ma veniamo al signore incontrastato di ogni desco:il vino.
Il Vigna Macchia dei Goti 2006 di Antonio Caggiano ha colore rosso rubino intenso. Odore fruttato, complesso, con note di liquirizia e vaniglia e un tripudio di piccoli frutti di bosco. Le uve,di maturità esemplare e macerate con intensità,danno vita ad una trama fittissima di alcoli,polialcoli e tannini.La fermentazione malolattica e la maturazione in barriques di rovere francese assicurano il giusto portato di spezie e la giusta morbidezza.Un refolo di misteriosa mineralità(idrocarburi?...) a tratti sorge imperiosa dal bicchiere e la si ritrova poi per via retro-nasale in lento e radioso dissolvimento.Il principe di Taurasi ...ancora una volta...dispensa emozioni.
Senza saturare i sensi.
Senza oblubinare le coscienze.
Con la giusta dose di eleganza e di finezza.
Finiamo così,con il “rosso“ più emblematico del sud nei calici,in un’atmosfera intensa ed assorta.
Una serata che non t’aspetti...a fuochi spenti...senza il brivido della creatività dello “chef“.
Ma non se ne è sentita poi troppo la mancanza.
ROSARIO TISO
*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore
Ultimi Articoli
Strapazzami di coccole Topo Gigio il Musical: una fiaba che parla al cuore
Goldoni al Teatro San Babila di Milano con La Locandiera
Ceresio in Giallo chiude con 637 opere: giallo, thriller e noir dall'Italia all'estero
Milano celebra Leonardo — al Castello Sforzesco tre iniziative speciali per le Olimpiadi 2026
Trasporto ferroviario lombardo: 780.000 corse e 205 milioni di passeggeri nel 2025
Piazza Missori accoglie la Tenda Gialla – Tre giorni di volontariato under zero con i Ministri di Scientology
Neve in pianura tra venerdì 23 e domenica 25 gennaio — cosa è realmente atteso al Nord Italia
Se ne va Valentino, l'ultimo imperatore della moda mondiale
La mortalità per cancro cala in Europa – tassi in diminuzione nel 2026, ma persistono disparità