Italia o Francia: qual’è a livello mondiale la nazione più importante per il vino?
Tutti direbbero all’unisono Francia. Anch’io, per certi versi, lo direi. Ma è interessante fare un piccolo“exursus“ a ritroso nella storia... .
E’ innegabile che le vigne in Borgogna, nel bordolese, nella Champagne, ovunque... eccetto alcuni lembi della Linguadoca, della valle del Rodano e della Provenza... le abbiano piantate i Romani. Senza la capacità penetrativa militare e culturale delle legioni romane la viticoltura europea non sarebbe esistita. Ancor più dei Romani, a livello conservativo e di sviluppo di tecniche colturali e di cantina, fecero gli ordini conventuali... i benedettini e i cistercensi... negli anni bui del Medioevo.
Da dove presero le mosse queste formidabili organizzazioni comunitarie che oltre alla sapienza vinicola... in vigne tenute come giardini... seppero preservare le tracce dell’intero scibile umano nelle loro biblioteche?
Da Norcia, nel cuore verde umbro, scaturì il fondatore del monachesimo occidentale... san Benedetto... e la sua regola si propagò miracolosamente fino ai più sperduti recessi del vecchio continente, catalizzando i copiosi fermenti religiosi che l’attraversavano.
L’Italia dei Comuni, dei Granducati, dei Regni fornì lo spirito intrepido, indomito, anarchico, libero che da lì ad una manciata di decenni diede vita alla più grande delle fioriture spirituali ed artistiche: il Rinascimento. E il periodo rinascimentale contribuì non poco alla diffusione della viticoltura con consumi di vino pro-capite molto superiori agli attuali.
Ma veniamo a tempi più recenti. Quando si parla di remote classificazioni in ambito vinicolo si invoca quella che disciplinò i “cru“ bordolesi nel 1855.
La nascita del metodo “champenoise“ si fa risalire alle intuizioni dell’economo dell’abbazia di Hautvilliers, don Pierre Perignon.
La rifermentazione in autoclave... che rivoluzionò, alla fine del 1800, il modo di produrre spumante... è indicata come metodo “Charmat“.
In realtà intenti classificatori erano già in voga nell’Italia post-rinascimentale ed illuminista. Cosimo III dei Medici, nel 1710, delimitò le zone di produzione di Chianti, Pomino e Carmignano per assicurarne la qualità dei vini aprendo così la strada delle attuali denominazioni d’origine(... anche la prima zonazione del Tokaij, a cavallo tra la fine del ’700 e gli inizi dell’ottocento, precede la classificazione bordolese!). Nel “De salubri potu dissertatio“ del XIV secolo, il benedettino Don Francesco Scacchi di Fabriano descrisse... per la prima volta nella storia e tre secoli prima di Don Perignon... lo spumante e la spumantizzazione.
Ancora più clamorosa la “querelle“ sulla rifermentazione in autoclave. Il metodo lo mise a punto l’italiano Federico Martinotti, direttore della Regia Stazione Enologica di Asti.
Chiamare quel metodo “charmat“ solo perché chi brevettò l’attrezzatura per realizzarlo è stato l’ingegnere francese Eugene Charmat è un affronto all’onestà intellettuale degli appassionati di vino. Come quello che in altro campo perpetrarono gli americani nei confronti dell’inventore del telefono, Antonio Meucci. Anche qui un’ingegnere, l’americano Bell, realizzò e brevettò l’apparecchiatura e per certa storiografia sciovinista a stelle e a strisce è tuttora l’inventore del telefono.
Volendo allargare gli orizzonti della discussione, una nota squisitamente ampelografica.
Il Pinot nero, la più celebrata uva di Francia, è indubbiamente... nel ristretto novero di quelle ritenute “fuoriclasse“... una delle più povere nel senso di “quantità“ di sostanze estrattive “nobili“(antociani, tannini, terpeni). E’, tutto sommato, un’uva ostica da coltivare ma semplice negli esiti organolettici “primari“. Nel vinificarla, giocando tutto sulla finezza e l’eleganza... che sono indubbiamente nelle sue corde... e imboccando la strada del terziario “spinto“ e dell’etereo, si ottengono talvolta risultati straordinari.
è comprensibile che ce ne si possa perdutamente innamorare, come di tutto ciò che suggerisce delicatezza e levità.
è condivisibile che taluni preferiscano in modo assoluto vini da uve pinot nero, soprattutto se i loro gusti sono declinati verso gli impalpabili e magici confini dell’ossidazione. Ma parlare di superiorità è un’astrazione!
Ha il sapore dell’indebito e del gratuito!
Uve come l’Aglianico (... e mi sovviene il ricordo degli afrori mediterranei del “Terra di lavoro“ di Galardi, ... ), il Sagrantino (... della mastodontica complessità del 25 anni di Caprai, ... ), la Corvina veronese(... della finezza del “La Poja“ di Allegrini, ... ), il Primitivo(... del possente estratto del massivo “Es“ di Gianfranco Fino, ... ), l’Uva di Troia (... della folgorante fruttuosità dell’emergente “Rasciatano“, ... ), la Barbera(... della franchezza terrosa del misconosciuto “Nuj Suj“ di Icardi... ) non sono seconde a nessun’altra e non solo per opulenza e vivacità. Basti pensare all’eleganza di certi Taurasi... .
E per restare nel campo precipuo del Pinot Nero(ritenuto uno dei più grandi rossi da invecchiamento... ), senza invocare scontatamente il naturale alter-ego Nebbiolo o scomodare la fama del Sangiovese Grosso che diventa Brunello, diamo tempo ai vini etnei di crescere: con le uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio un’altra e più variegata, intrigante, misterica “Borgogna“ sta nascendo sulle pareti profumate di lava del vulcano più alto d’Europa.
ROSARIO TISO
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