NON SONO IN GRADO di dire con esattezza quali siano i limiti effettivi del sapere umano, ma in questa sede voglio parlare di una sfida eccitante che l’uomo si trova oggi ad affrontare, all’alba del Ventunesimo secolo: la ricerca di forme di vita su altri pianeti. Oltre ventitré secoli fa, il filosofo greco Epicuro, in una sua lettera a Erodoto, già mostrava di interessarsi al problema di una possibile pluralità di mondi:
«Esistono infiniti mondi possibili. Alcuni simili al nostro, altri diversi. Come è stato dimostrato, esiste un numero infinito di atomi, che viaggiano, incontrandosi e scontrandosi, lungo traiettorie infinite. Tali atomi, aggregandosi, possono dare origine ad altri mondi che non potranno mai esaurirsi in un numero finito, ad altre realtà che non saranno mai tutte uguali alla nostra, né tutte diverse. Non esiste alcun ostacolo all’infinità dei mondi possibili».
La sua non era una semplice fantasia, ma la conseguenza logica della teoria della costituzione atomica della materia. L’ipotesi epicurea della pluralità dei mondi possibili assume un fascino ancora maggiore se riferita alle specie viventi. Negli ultimi due millenni, la questione della possibile presenza di forme di vita in altre parti del cosmo è venuta alla ribalta con sempre maggiore regolarità. Nella lunga tradizione che ha portato allo sviluppo di un approccio scientifico al problema, è da citare la riflessione di Giordano Bruno, alla fine del Sedicesimo secolo, a neanche cinquant’anni di distanza dalle teorie di Copernico. A Giordano Bruno è da attribuire questo pensiero di straordinaria modernità:
«Tutte le stelle sono dei Soli, in tutto e per tutto simili al nostro. Ce ne sono innumerevoli, liberamente sospese nello spazio infinito. E, come la nostra Terra, esse sono abitate da esseri viventi. Il Sole è solo una stella fra tante, che ci sembra speciale perché è quella a noi più vicina. Ma non ha nessuna posizione di centralità nell’universo sconfinato».
di MICHEL MAYOR
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