Pranzo domenicale

Lunedì
23:42:06
Gennaio
17 2011

Pranzo domenicale

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A me,che ho sempre amato la lentezza,l’universo vino mi si addice completamente.
Tutto ciò che riguarda la vite e il suo frutto è improntato a ritmi compassati e naturali.
Ogni azione si misura non in settimane o mesi...ma in anni,a volte decenni.
Amare il vino è una scuola di pazienza,d’attesa,d’attenzione ai particolari.
L’atto finale,la degustazione,ha un che di religioso.
Dopo i riti in vigna,in cantina,finalmente la prova dei sensi a suggellare un’esperienza lunga migliaia di anni,tanti quanti ce ne son voluti perché l’uomo domasse la “vitis silvestris“ e ne ricavasse un autentico nettare per gli Dei.
Quella stessa pazienza e abnegazione presente nel mondo del vino come un ordito invisibile che ne intreccia profondamente le trame è servita per aspettare un lotto di bottiglie del secolo scorso,tutte pronte alla beva chissà da quanto tempo e volutamente lasciate in cantina a riposare.
La cantina è quella di uno dei più assidui bevitori del wine-bar Cairoli:Angelo Perilli.
In compagnia dei “bevitori randagi“ Antonio Lioce e Rosario Tiso,con le famiglie al seguito,Angelo ha deciso di stappare i seguenti campioni:uno spumante metodo classico Riserva Giuseppe Contratto 1999,un Roccato 1997 e un Roccato 1999 di Rocca delle Macìe,un Magari 2000 di Cà Marcanda(unica annata del lotto attribuibile a questo secolo!) ed uno champagne rosè di cui...nella nebbia alcolica successiva alla bevuta...si sono perse tracce e nozione.
Probabilmente per non aver lasciato un particolare segno emozionale.
Il “Riserva Giuseppe Contratto“ del 1999 è risultato uno spumante dalla grande personalità.Uvaggio paritario di pinot nero e chardonnay,mostra una livrea vivida e brillante dal colore giallo-oro,segno di intensità,spessore,forza.La lunga permanenza sui lieviti(la sboccatura risale al 2007..)lo ha dotato di una complessità che si esprime in nuances floreali e fruttate bilanciate da note speziate e tostate,con un leggero velo di ossidazione a moltiplicarne la sapidità.Colto nel punto di massima espressività gustativa,ha aperto le danze di un pranzo domenicale inaspettato.
Poi è la volta dei campioni di Rocca delle Macìe.
Il Roccato nasce nel lontano 1988 come l’incontro fra le radici chiantigiane rappresentate dal sangiovese e la spinta a fare vini più moderni ed internazionali rappresentata dal Cabernet.
La scrupolosità in vigna,la selezione delle uve e l’uso sapiente delle “barriques“ ne fanno un prodotto ambizioso fra i tanti proposti dalla famiglia Zingarelli e quello più in linea con la filosofia che sottende al fenomeno dei “Supertuscan“.
Si sceglie di esordire con il più giovane,il 1999.L’aroma e la tinta(ancora fitta,opaca..) profumano di gioventù nonostante le molte primavere.Si sentono frutti rossi in confettura e strali alcolici misti a effluvi terrosi,di sottobosco umido.Le note lignee sono soffuse e dolci.
Solo l’assaggio denuncia la naturale perdita di fragranza dovuta all’età ma un guadagno in terziarietà ne consente un ottimo bilanciamento.
Per il 1997 la musica cambia.Più fragile la tessitura,più delicato l’equilibrio,meno intenso il colore.Ma i profumi sono di un’eleganza superiore e al gusto rivela una spina acida ancora succulenta.
Difficile decidere chi dei due fosse il migliore.
E mentre si dissertava sulla capacità dei grandi vini di attraversare i decenni senza perdere significative porzioni di piacevolezza,ecco irrompere sulla scena la “star“ della serata:il “Magari“ 2000 di Cà Marcanda.
Cà Marcanda è una creatura della famiglia Gaja,realizzata in un posto evocativo come pochi(Castagneto Carducci...) nell’alta Maremma Toscana.Il nome deriva da un’antica espressione dialettale piemontese e si riferisce alle lunghe trattative intercorse fra Angelo Gaja e i vecchi proprietari per assicurarsi la proprietà(Cà marcanda....casa del mercato eterno...).
Anche il nome del vino ha una storia.Di fronte ad una bella etichetta alla moglie di Angelo sfuggì un’espressione di compiacimento.Quel “magari“ detto d’istinto divenne un vino.
Ma veniamo alla degustazione.Tutto è di caratura superiore.L’età non ha scalfito un colore impenetrabile,la freschezza delle voci olfattive,la dolcezza delle vene speziate.
Complesso ed equilibrato,al suo ingresso in bocca quasi ne dilata gli spazi per ampiezza e concentrazione d’estratti.
Ma è l’armonia a stupire,all’altezza dei vini bordolesi di alto lignaggio.
Perché di uvaggio bordolese si tratta,con il merlot al 50% e una quota paritaria di cabernet sauvignon e cabernet franc.
Il vignaiolo italiano più famoso del mondo anche questa volta non ha fallito il bersaglio.Nell’ “enclave“ bolgherese ha trapiantato tutta la sua sapienza piemontese,quella capacità di dialogare con la natura e farsela compagna.E saperne trarre i frutti più belli.
Ed il fatto che ...finita la bottiglia...avremmo continuato a bere il suo “Magari“ è il successo più grande.



ROSARIO TISO
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Source by rosario_tiso


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