Alter ego

Giovedì
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Aprile
14 2011

Alter ego

Proiezione della prima assoluta per l’Umbria del documentario Goor, di Alessandro De Filippo

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Goor racconta laltro inteso come distorsione culturale e mediatica del migrante. Tema mai come oggi di grande attualità nellItalia "invasa” – o arricchita – dai 28mila nordafricani che, dallinizio del 2011 secondo dati ufficiali, sono giunti nel Belpaese lasciando la propria terra dorigine, per sfuggire alla guerra e alla povertà.

Documentario girato un anno e mezzo fa ma di grande attualità dopo gli avvenimenti di queste settimane richiesto e ripresentato con tanta insistenza. Il lavoro di De Filippo impone però una rottura del corto circuito mediatico che si genera quando si affronta la tematica dellimmigrazione: per parlare delle persone, dei disperati che approdano in Italia, il regista ha dovuto creare una fiction stereotipata e preconfezionata.

Goor non analizza gli sbarchi, ma ne ricostruisce uno per poi far spiegare ai migranti, i veri protagonisti, quello che cè dietro, le loro vite, le loro storie.

Il progetto, spiega De Filippo, "è nato con la volontà di far raccontare la propria storia da parte di chi questa storia di immigrazione laveva vissuta davvero. E un frutto di un confronto, di un dialogo”. E in effetti nel documentario i migranti da "oggetto” delle cronache tornano ad essere soggetti con delle vite, dei loro problemi.

Lunga prima sequenza (12 minuti) di fiction, nella quale viene rappresentato una traversata in mare: lansia del viaggio, lattesa, la tragedia per lacqua che scarseggia a bordo, le paure ed infine la gioia per lapprodo sulla terra ferma. Fiction – verosimile al punto che i protagonisti affermano di aver realmente sofferto durante le 28 ore di riprese - squarciata dalla violenza e dalla ripetitività mediatica delle parole alle quali siamo ormai assuefatti: invasione, inarrestabile, minaccia, assedio, avvistamenti, clandestini.

E nella seconda fase del documentario che gli immigrati diventano i protagonisti: nessuno degli intervistati però, afferma il regista, è giunto in Italia a bordo di una barca né conosce persone giunte da noi via mare. E attraverso i loro racconti, le loro esperienze di vita, che lo spettatore va oltre gli stereotipi imposti dal racconto univoco dei media, va oltre le generalizzazioni popolari e i preconcetti: racconti di speranze, paure, simpatici aneddoti del proprio passato annullano ogni barriera, cancellano ogni diversità. E sono loro ad aprirci gli occhi sui paradossi burocratici usati come arma dalla politica: per ottenere un permesso di soggiorno valido 24 mesi un extracomunitario può attendere anche un anno, mentre per avere una carta didentità valida 10 anni basta un giorno.

"La diversità deve essere una ricchezza, non una debolezza, in un mondo che sta cambiando velocemente, che grazie alle tecnologie diventa sempre più piccolo, non ha senso chiudersi e avere paura del diverso” afferma un giovane nordafricano intervistato, a testimonianza del potenziale arricchimento che per lItalia potrebbe rappresentare una reale lintegrazione di persone che vengono da lontano.

La discussione conclusiva ha visto la partecipazione del regista, del mediatore culturale Alione Badara Gueye – uno dei protagonisti del documentario – , di Elena Parasiliti, direttrice di Terre di Mezzo e e Giuseppe Faso, direttore del Centro Interculturale di Empoli "Valdelsa”.

Una discussione che, partendo dalla spiegazione delle difficoltà incontrate nel raccontare unesperienza non vissuta in prima persona, converge poi sul tema dellinformazione.

"Chi sono loro è la domanda che ci si dovrebbe porre. E questo il primo passaggio per capire che tragedia ci si trova di fronte”, dichiara Elena Parasiliti. Per un giornalista però, ammette Giuseppe Faso, " è molto difficile rendere questa complessità in parole, ma la fuga dalla complessità a volte è eccessiva da parte di alcuni media che a volte sparano banalità ed ingenuità”.

Quella dei media è una rappresentazione talmente compressa che spariscono i volti, le parole, i gesti e le storie. "Cè una sorta di costruzione di una realtà parallela – secondo Faso – fatta dai politici e dai media a rimorchio. Lo si capisce quando, nel documentario, ci sono alcuni dialoghi sottotitolati in inglese: alcuni termini non sono traducibili in inglese. Cancellare la ripetizione dei termini, come viene fatto dai redattori o dalle maestre a scuola, porta negli articoli a scrivere ossessioni ridicole. Le uniche due eccezioni sono la parola clandestino, e il termine badante: per questi due termini stranamente la ripetizione non vale una sostituzione e lo si può ripetere quante volte si vuole. Queste sono parole fantasma, opache, fatte per coprire quello che cè dietro: la storia, la realtà, il problema”. Alessandro De Filippo conferma di aver riscontrato questa difficoltà nella fase del documentario dedicata ai media dove era stato colpito dalla ripetizione della stessa formula, del sintagma bloccato riproposto allinfinito nei titoli. Formula che aveva leffetto di trasformare le persone in numeri.

Per la direttrice di Terre di Mezzo linformazione sociale ha un risvolto politico: "le conseguenze sono, inevitabilmente, sul piano politico, e questo porta ai cosiddetti pacchetti sicurezza e alle politiche repressive”.

Per questo la politica crea ad arte le emergenze come avvenuto a Lampedusa dove la rappresentazione dellemergenza è stata impressionante perché si era deciso che lisola andava sacrificata.

"La semplificazione e la rappresentazione dellimmagine degli sbarchi fa paura e serve a fare propaganda” afferma Giuseppe Faso. "E evidente che un extracomunitario con permesso di soggiorno temporaneo che arriva in aereo non fa paura a nessuno”.

Alessandro Ingegno

De Filippo Alessandro - regista di documentari

Alessandro De Filippo si occupa di critica cinematografica e televisiva. Dottore di ricerca in Storia della Cultura, della Società e del Territorio in Età Moderna, dallanno accademico 2009/2010 insegna Storia e critica del cinema presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Dal 2005 coordina le attività di la.mu.s.a., il laboratorio multimediale di sperimentazione audiovisiva della stessa Facoltà. è regista di corti di finzione e documentari. Dal 1996 fa parte del gruppo Cane CapoVolto; insieme a Enrico Aresu e Alessandro Aiello, compie una ricerca radicale sui media dello Spettacolo. Nel 2004 pubblica ombre, manuale di tecnica della narrazione dei media audiovisivi e nel 2008 eiga o dellimmagine riflessa, che raccoglie i testi sul cinema scritti tra il 2001 e il 2007; nel 2009, insieme a Ivano Mistretta, Sequenze. Tempo e movimento nella narrazione tra cinema e fumetto e cura Videomaking. Manuale di tecnica video. Dal 2005 è giornalista pubblicista e collabora con testate locali in cartaceo e on-line. I suoi corti di finzione e documentari sono Tutti Devoti Tutti (1998), Birds as Punctuation (1998), Joy (1999), Lebeul Me (2000), Time-code ( 2003), Cattura (2006), Isola (2006) e Goor (2009).

Source by International_Journalism_Festival


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