Fattoria S.Lorenzo di Natalino Crognaletti

Giovedì
10:09:44
Maggio
17 2012

Fattoria S.Lorenzo di Natalino Crognaletti

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La prima tappa del nostro viaggio prevede una sosta piena di aspettative allettanti:l’Azienda “Fattoria S.Lorenzo“ di Natalino Crognaletti.
Siamo in provincia di Ancona,in quell’enclave vinicola di grande spessore che è il territorio di Montecarotto. La storia avita è più remota ma il “nostro“ ha iniziato la prima vinificazione e conseguente imbottigliamento nel 1995. Agronomo ed enologo,Natalino Crognaletti,col piglio di un autentico “vigneron“,ha provato da subito a realizzare nettari che riflettessero consuetudini familiari,nel solco della continuità,sicuro che da simile abbrivio non poteva che scaturire l’eccellenza. Per dieci tipologie di vino(4 bianchi e 6 rossi),al di là delle certificazioni,la coltivazione è di tipo sostanzialmente biodinamico. In vigna le operazioni vengono ancora fatte a mano e la tradizione permea ogni gesto e ispira ogni disciplina,in accordo con i ritmi della natura.
Camminare i suoi vigneti è un’esperienza. Mai visto un complesso agronomico così vitale:fra i filari si alternano brani di coltivazioni miste(piselli,favetto per il sovescio) e tratti di terreno cosparsi di un compost fatto in casa con residui organici di ogni sorta. Piante di rose campeggiano ovunque ed ogni germoglio sulle piante e grappolino nascente e pendulo fra le foglie splende di una intonsa sanità. Nulla è intentato per una conduzione virtuosa della vigna. Dagli interramenti di corno-letame e corno-silice a pratiche di irroramento delle viti con il siero del latte. Tutto concorre ad un lotta biologica condotta con le armi che la natura suggerisce e concede all’intelligenza operosa del contadino. La perfetta simbiosi fra l’uomo e l’ambiente a Fattoria S.Lorenzo sembra cosa fatta e testimonial inconsapevole e d’eccezione di tanta armonia risulta di colpo il figlio di Natalino:mentre noi discorriamo di beltà e di tecniche colturali,Lui mangia i piselli destinati al sovescio seraficamente assiso fra le piante!
All’assaggio,dal forziere di delizie enologiche dell’azienda,brillano alcune gemme. Le varie versioni di Verdicchio trasudano piacevolezza in un crescendo che conduce ad autentici picchi estatici nell’offerta della terna conclusiva:Riserva delle Oche 2006,il raro San Lorenzo 1997 e l’ormai pressochè finito 2001. Il Verdicchio Riserva,dall’agro di Montecarotto,è un vino “terreno“ di grande personalità e dall’incedere gustativo goloso. Con i San Lorenzo è un’altra cosa. La beva si dispiega emozionale e “celeste“,si varcano i confini di ogni prevedibilità e nella fumèa alcolica si intravvedono i cancelli di inediti paradisi sensoriali. Dove pesca il 1997 tanta ficcante mineralità? Quali refoli balsamici recano il chiaro sentore di eucalipto percepito nel 1991? Il tutto alla luce di un cromatismo vivido,di una limpidezza esemplare,di una compostezza olfattiva e palatale conchiusa.
Non sempre tutto è spiegabile. Quel che sappiamo è che le vibrazioni sono vere e il facitore dei vini autentico. E tanto può bastare se l’inconfessato desiderio del bevitore consapevole di imbattersi in campioni indimenticabili e immortali sembra prossimo a realizzarsi e il sogno a compiersi.
Discorso diverso ma parallelo quello dei rossi. Pregevole il possente Montepulciano prodotto dal vigneto del Solleone in quel di Ostra Vetere. E la memoria ritorna ad una degustazione di qualche tempo fa ,nella calda alcova del wine-bar Cairoli di Foggia,che vide nelle vesti di protagonista assoluto il vino rosso più rappresentativo della “Fattoria San Lorenzo“...
“Amarcord:Solleone 2003...“
“Se si pensa al primigenio rapporto fra uomo e natura è indubbio che il progresso della scienza e della tecnica applicate all’agricoltura cospirano contro tale istintuale relazione e ne minano la qualità.
La possibilità di intervenire e di condizionare il corso dei processi naturali alimenta insidiosi nemici.
Si visualizza,nel dominio del vagheggiamento,un risultato enologico perfetto e l’opportunità di operare delle correzioni sul prodotto finale crea l’illusione di poter costruire un vino corrispondente al sogno.
Macroscopica illusione:la realtà manifesta lacune e insufficienze imprevedibili e di ordine sostanziale a dispetto di una inappuntabile articolazione formale.
Il vino,da cosa viva,richiede un doloroso tocco,emozioni fisiche e mentali,altrimenti è condannato alla mediocrità organolettica.
L’intento creatore dell’enologo abbisogna a tratti del silenzio della cultura e la riflessione sull’amore per la terra ed i suoi frutti,che arde e consuma facili costruzioni tecnicistiche e aridi equilibrismi organolettici,riconsegna i prodotti dell’ingegno umano al regno d’appartenenza e d’elezione:il sentimento.
L’anima di un vino traspare.
Il degustatore accorto,più che sciorinare mirabolanti descrizioni e centrare con talento immaginifico riconoscimenti olfattivi arditi e improbabili sensazioni gustative,dovrebbe mettersi alla ricerca del non-detto,del giammai evidente,quell’eterea e sottile fumèa che ogni grande vino spande d’intorno,capace di risvegliare sensi dormienti per l’imperante omologazione.
Pertanto non si dovrebbe mai arricchire il portato zuccherino di un mosto,mai alterare la spina dorsale dell’acidità o potenziare la struttura dei tannini,mai fare ricorso a concentrazioni e microssigenazioni:più che un manufatto il vino è sempre più ...artefatto.
Forse per l’utilizzo dell’anidride solforosa e l’aggiunta di lieviti selezionati si può essere per certi versi indulgenti.
Ma se uno studio commissionato dall’Unione Europea ha accertato l’influenza sul profilo olfattivo della generalità dei vini di ben 440 sostanze chimiche utilizzate in vigna,allora c’è da chiedersi dove stiamo andando. C’è da chiedersi a cosa serva tanto afflato e affanno “poetico“ in valenti “addetti ai lavori“ capaci di rintracciare profumi di ogni sorta nei “campioni“ sottoposti al loro critico vaglio di fronte al portato delle mistificazioni.
A me piace pensare che nulla possa intaccare l’idea romantica del vino e della sua degustazione e che solo ed esclusivamente la presenza di “nerolo“ nel Riesling giustifichi lo spiccato sentore di idrocarburi che lo caratterizza.
Sì,livide nubi intellettuali...addensantesi ad un orizzonte vinicolo sempre più vasto,variegato,inquietante...richiedono una ventata di aria pura,nettari intonsi per ritrovare un cielo organolettico terso e pulito:non ci resta che ricorrere ai campioni della scuderia “Les caves de Pyrene“.
Ancora una volta si chiama a raccolta un drappello di bevitori affini nella calda alcova del wine-bar Cairoli di Foggia...Sergio,Sandro,Rosario,Pasquale...per bere in successione un cabernet franc della Loira,il Domaine des Roches Neuves Saumur Champigny 2008,un uvaggio bordolese dei colli euganei,il Còvolo 2007 de “Il Vignale di Cecilia“,e il Vigneto Solleone 2003 della Fattoria S.Lorenzo.
Il vino francese apre le danze sciorinando un’importante acidità che si risolve in un serrato contrappunto gustativo con un piatto di prosciutto di Sauris. Grassezza,sapidità,freschezza giocano una facile partita di contrapposizione e di compensazione per una beva semplice e piacevole.
A issare più in alto le sensazioni ci pensa il Còvolo.
Equilibrio ed integrità splendono in questo economicissimo bicchiere,umile e dal discreto carattere.
Azzardiamo un assaggio di “nduja“ calabrese e il vino regge il confronto.
Poi,è la voltà del “Solleone“2003 .
Marche rosso IGT,Montepulciano in purezza,proviene dal vigneto omonimo da piante di oltre quarant’anni.
Le rese basse e selettive(1 Kg. per ceppo) preludono ad una macerazione ed un invecchiamento importanti. Mosto a contatto con le vinacce per venti giorni;vino invecchiato in legni grandi per 30 mesi.
Risultato:un grande,inaspettato,inconsueto “campione“ da agricoltura biologica.
All’esame visivo mostra un colore rubino intenso che non cede nemmeno sull’unghia. Il “naso“ è caratterizzato da un fitto fraseggio fra tenui e remoti richiami di frutta rossa in confettura e la ricca speziatura mutuata dalla lunga permanenza in legno.
Una grande armonia promana dal bicchiere e infonde un senso di totale appagamento senza pagare il fìo di imperfezioni e imprecisioni gusto-olfattive tipiche di tanti sedicenti “nettari“ naturali.
Stupisce l’assenza di filtrazione per un prodotto così nitido sotto ogni profilo.
Anche il “biologico“ sa fare qualità formale,esente da difetti....“
Lasciare Natalino Crognaletti costa fatica. La ridda di emozioni della giornata si affolla nella mente saturandone le possibilità di vagheggiamento. Un uomo così,che dedica un’etichetta di un vino rosso al suo cane,Artù,per poi mostrarcelo gioiosamente e amorevolmente tenuto in braccio,parla il linguaggio limpido,semplice e diretto di chi va al cuore delle cose.
E nel nostro...di cuore...è già nostalgia.


ROSARIO TISO
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Source by rosario_tiso


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