RAPITORI DI TORSELLO: l’ULTIMATUM “VOGLIAMO ABDUL RAHMAN”

Mercoledì
16:25:51
Ottobre
18 2006

RAPITORI DI TORSELLO: l’ULTIMATUM “VOGLIAMO ABDUL RAHMAN”

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Ultimatum dei rapitori: Entro domenica sera vogliamo l’apostata rifugiato in Italia. Sennò uccidiamo l’ostaggio.

Questa volta, i rapitori utilizzano i media per comunicare la loro richiesta per il rilascio dell’ostaggio: vogliamo il ritorno in Afghanistan di Abdul Rahman, l’afgano convertito al cristianesimo, rifugiatosi in Italia alla fine del marzo scorso per sfuggire alla condanna a morte per apostasìa (apostasìa : rinnegamento solenne della propria fede religiosa.).

Tutto questo è accaduto ieri sera alle 20:30 ora afgana, ore 18 Italiane.

I rapitori di Gabriele Torsello, attendono fino al termine del Ramadan (in Afghanistan si conclude domenica notte), e concludono dicendo: “Altrimenti lo uccidiamo”.

Secondo Rahmatullah Hanefi, il responsabile afgano della sicurezza dell’ospedale di Emergency che ha ricevuto la chiamata, “i rapitori si sono mostrati irremovibili nella loro richiesta e hanno detto che non vogliono sentire parlare di soldi”.

Prima di comunicare con i sequestratori, Rahmatullah è riuscito a scambiare due parole con Torsello. “Mi ha detto che oggi stava ’così così’, mentre ieri aveva detto che stava bene”.

Chi è Abdul Rahman
Abdul Rahman è un afgano di 41 anni. Sedici anni fa, mentre lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che assisteva i profughi di guerra afgani, ha deciso di convertirsi al cristianesimo. Pensava di avere la libertà di farlo, vivendo ora nella nuova democrazia afgana. Sbagliato.

Lo scorso febbraio, Abdul è stato denunciato per apostasìa da suo suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da un “infedele”. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del suo crimine: una Bibbia nella sua borsa.

Cronologia su Gabriele Torsello
Ieri l’ospedale di Emergency a Lashkargah, nel sud dell’Afghanistan, alle 21.30 ora locale afgana: "Sto bene, ci siamo spostati di zona", ha detto Torsello al telefono con il responsabile afgano della sicurezza dell’ospedale, rassicurandolo sulle proprie condizioni di salute.
Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance, collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro le violazioni dei diritti umani, è stato rapito in Afghanistan sabato 14 ottobre 2006] Era appena tornato da Musa Qala, Gabriele Torsello. Una città a nord di Lashkargah, sopra il distretto di Sangin. Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. È stato la con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c'era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo Gabriele Torsello telefona a i. Persino l’ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione. E questo aveva molto colpito gli operatori di un altro ospedale, quello di Emergency a Lashkargah. Colpiti e indignati: "Possibile che si possa bombardare un ospedale?".

Possibile, se si accettano le regole della guerra. Che sono le stesse sia che la guerra si faccia con cinture esplosive o che la si faccia con i bombardieri. Lo scopo è uno solo: terrorizzare i civili, colpirli, massacrarli quanto più possibile. Salvo poi farli passare per effetti collaterali. O salvo poi mettere di fianco ai cadaveri dei kalashnikov e travestirli cosi' da combattenti talebani. Gira solo, senza alcun autista, Gabriele. Conosce bene quelle zone. Conosce la gente del sud, e vuole raccontare quello che, nascosto ai riflettori delle televisioni, alla gente del sud sta succedendo. Per questo, nonostante tutti lo avessero sconsigliato, un mese fa era partito per le zone più colpite dalle aviazioni occidentali. "È molto appassionato - racconta Marina Castellano, infermiera di Emergency - e per nulla sprovveduto. Parla anche Pashto, la lingua dei talebani.

Me lo sono ritrovato fuori dall’ospedale un mesetto fa. Era appena stato rilasciato dalla polizia locale". Lo avevano scambiato per un terrorista talebano - vedi la sorte - perché era vestito da afgano, ma aveva tutte le borse e i marsupi che un fotografo si porta appresso. Si era fermato a bere una bibita nella via parallela a quella della residenza del governatore, e le guardie del corpo gli erano saltate addosso, buttandolo a terra e tenendolo a faccia in giu' con le canne dei fucili mitragliatori puntate in faccia. Pericoloso fermarsi in quella via, dove hanno sede le "organizzazioni non governative" collegate ai militari inglesi e americani. "Voglio andare a vedere cosa stiamo combinando nelle province colpite dai raid aerei" aveva annunciato.

Ed è partito. Facendo in tempo a fotografare l’attentato che a Lashkargah lo scorso 26 settembre aveva colpito proprio la strada delle "Ong" facendo 20 vittime, 8 poliziotti e 12 civili. "Alla fine è partito davvero, non c’è stato verso di fermarlo", racconta ancora Marina. "Gli abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono. Gli abbiamo chiesto di tenerci aggiornati, di farci sapere come andava. Francamente eravamo un pò in ansia per Gabriele che, nonostante tutte le nostre preoccupazioni, se ne stava andando in posti davvero pericolosi per poter documentare gli orrori della guerra". Poi è tornato: "Martedi' scorso mi è arrivato un messaggio: sono qui, sono tornato, tutto bene". Gabriele è ripassato dall’ospedale di Emergency.

E ha mostrato il suo lavoro. "Non aveva più soldi, ma voleva continuare a documentare lo schifo che gli occidentali stanno combinando in quelle province. Così ha deciso di tornare a Kabul, per provare a vendere da li' le sue foto, e poi ripartire". "l’ultimo momento in cui l’ho visto, mercoledi' scorso, l’ho accompagnato al cancello. Aveva sulla spalla il tappeto per la preghiera che, a lui musulmano, aveva appena regalato Rahmat, il consulente afgano della sicurezza del nostro ospedale. Era già vicino al cancello, e io l’ho richiamato.

Gli ho detto 'ti prego stai attento, non mi fare preoccupare, che sei già diventato la mia fonte di ansia'. Lui si è voltato e mi ha detto: 'Tranquilla, appena arrivo a Kabul ti chiamo'".

Ha chiamato, Gabriele, proprio l’ospedale di Emergency, probabilmente l’unico numero occidentale nella memoria del suo telefono afghano. Ma non ha chiamato da Kabul.

cronologia da: lists.peacelink.it

Source by Redazione


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