L’irruzione della polizia al policlinico di Napoli e la presentazione della lista per la vita di Giuliano Ferrara hanno rinfocolato la mai sopita polemica sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza, la famigerata 194, che trova strenui difensori ad oltranza ed acerrimi abolizionisti scontrarsi in un dibattito estenuante nel quale non si intravede una via di sbocco. La questione è particolarmente spinosa trattandosi di una materia nella quale ci si trova davanti ad uno stridente conflitto tra diritti e doveri: tra quello del concepito a nascere, sancito chiaramente in tutte le dichiarazioni universali dei diritti, ma calpestato di fatto da quasi tutte le legislazioni occidentali e sul quale anche il laico non può e non deve transigere e quello della donna di poter disporre liberamente e sempre del proprio corpo, anche quando esso è divenuto il contenitore di una vita altrui. Anche i laici più consapevoli devono rendersi conto che non si può lasciare soltanto ai cattolici l’onore e l’onore di battersi in difesa del concepito. E la provocatoria iniziativa di portare in Parlamento un partito per discutere pubblicamente della vita ha il merito di aver messo in mora la pigrizia e la viltà mentale di quanti avevano accantonato e rimosso il problema.
Purtroppo la discussione sta degenerando tra eccitazioni sessantottine e manifestazioni di piazza da un lato e posizioni intransigenti di netta preclusione dall’altro, che non tengono conto della diffusione planetaria e della realtà sociale dell’aborto. La scelta di entrare nell’agone politico e di sedere in Parlamento, pur affermando di non voler modificare la legge, è senza senso, perché il luogo del dibattito, in assenza di un autorevole Agorà , devono essere i giornali e le televisioni e non certamente le aule sorde e grigie della Camera e del Senato.
La 194 quando nacque fu frutto dell’ipocrita compromesso tra cattolici e forze di sinistra e l’aborto giuridico che vide la luce dimostrava già dal nome la falsità delle sue intenzioni, nel momento in cui fu battezzata come norma “per la tutela sociale della maternità ”, quando la via da seguire era quella di una depenalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, senza rimanere moralmente indifferenti di fronte ad un dramma vissuto quasi unicamente dalle donne. (Achille della Ragione)
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