Una decisione che ha lasciato spiazzati persino i suoi sostenitori, e che solleva interrogativi più politici che personali.
La motivazione ufficiale: “Voglio continuare il mio impegno ambientale sul campo”.
Ma la verità, quella che nessuna nota stampa osa dire, è un’altra, Rackete non ha mai voluto davvero fare politica.
Ha solo sfruttato lo spazio pubblico per legittimarsi come simbolo, non come leader.
Una candidatura spot, buona per prendere voti, non per prendere responsabilità.
Coerenza? Solo a parole, ovvio.
A sinistra, si invoca la “coerenza” come virtù fondante.
Ma se la coerenza è presentarsi alle elezioni, farsi eleggere in un’istituzione democratica – il Parlamento europeo - e poi rifiutare il ruolo per cui sei stata votata, allora siamo alla farsa.
Come coerenza: la farsa.
Rackete ha chiesto fiducia ai cittadini per poi disattenderla.
Ha predicato partecipazione e rappresentanza, per poi tirarsi indietro al primo passo. È questa la coerenza ecologista e radicale?
Un ambientalismo elitario, che accetta il consenso ma rifugge dal compromesso.
Che vuole cambiare il mondo, ma non sporcarsi le mani con i meccanismi della democrazia.
Troppo sporca la politica, meglio speronare una nave della Guardia Costiera!
L’attacco (fondato) di Coerenza Politica.
Non stupisce che il movimento Coerenza Politica - finora poco ascoltato – abbia colto l’occasione per criticare duramente l'atteggiamento di Rackete: “Chi lascia il seggio prima ancora di iniziare non ha tradito solo gli elettori, ma l’idea stessa di rappresentanza. Rackete ha usato la politica come megafono, non come strumento di trasformazione.”
È difficile dar loro torto.
Mentre l’Italia affronta crisi ambientali, transizione energetica, lotte sociali e migrazioni, Rackete ha preferito il ritorno simbolico alla “militanza sul campo”, evitando ogni confronto con la complessità istituzionale.
In pratica: facile stare su una nave, difficile stare in un’aula dove si vota.
Un’occasione persa per la sinistra, un'altra.
Le sue dimissioni sono un colpo pesante per la sinistra ambientalista europea.
Non perché Rackete fosse preparata o strategicamente forte, ma perché rappresentava - almeno in teoria - un ponte tra attivismo e politica.
In realtà, è diventata l’ennesimo esempio di come l’attivismo non basti per governare.
Perché la politica non è un palco, è un mestiere.
E chi non è disposto a lavorare nel sistema, finirà per rafforzare proprio quello che dice di combattere.
Conclusione: meno icone, più responsabilità.
Carola Rackete lascia un seggio vuoto, ma anche un grande interrogativo: cosa vuol dire oggi rappresentare i cittadini?
Perché se la risposta è usare la politica per alimentare la propria narrazione personale, allora abbiamo un problema ben più serio del riscaldamento globale.
Insomma, lascia l’europarlamento con il motto “Il mio mandato è stato sempre con spirito collettivo” sì, ma di collettivo c’era solo il centro sociale, la capigliatura infatti, non l’ha persa!
Di collettivo c’era giusto il centro sociale da cui è partita, non certo il mandato elettorale che avrebbe dovuto rappresentare milioni di cittadini europei, non la curva militante del “No Global Tour 2001”!!!
Concludendo, abbandonata la rotta istituzionale ha tagliato le cime e si è gettata di nuovo nel mare dell’attivismo puro - quello senza responsabilità, senza leggi, senza votazioni …
da OP Osservatore Politico
Fidi@s1970 - GNS Press * Journalist nr. 20643
Image: dal web
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