NAPOLI - Sono ottanta foto a colori. Ottanta giovani facce con sotto un numero. A fotografare sono gli uomini della polizia scientifica nella caserma "Raniero Virgilio". Queste ottanta fotografie non sono mai state sottoposte alla Digos per le indagini sugli scontri di piazza Municipio, come ha spiegato ai magistrati proprio l’ex dirigente della squadra politica Paolo Tarantino.
Ritraggono sui volti dei giovani i gonfiori, le lesioni, gli ematomi, raccontano forse meglio di qualsiasi testimonianza che cosa è accaduto nella "sala benessere" della caserma delle volanti la mattina e il pomeriggio del 17 marzo 2001. Le fotografie sono state depositate ieri al tribunale del Riesame come nuove fonti di prova dall’ufficio del pubblico ministero. Sgombrano il campo dalla domanda se ci sono state o meno violenze e abusi durante l’identificazione dei ragazzi fermati al pronto soccorso dei quattro ospedali della città .
G. N., trentadue anni, è un portiere d'albergo, fotografo per passione. La sua è l’immagine numero 31. Quel giorno sta andando al lavoro. Lungo strada decide di fare qualche foto al corteo. Mentre è lì con la macchina fotografica riceve la telefonata della sua fidanzata V. N.. Piange, gli dice che è stata ferita. G. fa dietrofront, la raggiunge, l’accompagna in ospedale, dove viene subito bloccato. Chiede di poter andar via. Alle 14 deve essere in albergo, racconta nel verbale ora agli atti del Riesame. Non c’è nulla da fare. l’accompagnano alla "Raniero". Nella "sala benessere" guarda sbigottito molti ragazzi seduti a terra con le spalle al muro. Un agente gli chiede: "Sei stato perquisito?". G. risponde di no. In tre lo scortano nel bagno. Il primo fa da "palo". Gli altri due gli svuotano le tasche. Gli danno un primo schiaffo e ancora un secondo. G. chiede ragione di quei colpi. Gli dicono: "Sei un comunista di merda". Gli aprono lo zaino, gli trovano una macchina fotografica nuova che gli è costata più d'uno stipendio. Gliela fracassano. G. non riesce a trattenere le lacrime. Protesta ancora per quel trattamento. Ne ricava pugni e calci. Niente (forse) a confronto del "trattamento" praticato dalla Celere nella Diaz di Genova. Con una differenza. Alla Diaz la polizia riteneva di essere penetrata nel "covo" dei black block. Chi si parava di fronte poteva essere una minaccia armata. G. non era una minaccia per nessuno. Era un passante, nessuno gli contesta alcunchè.
G. riesce a stringersi in un angolo del bagno. Qui riceve ancora un calcio e un pugno ben assestato all’occhio sinistro (la foto mostra l’occhio tumefatto, un taglio, l’alone rosso fino allo zigomo). G. dice a verbale: "Mi sono ritrovato un occhio nero, un labbro gonfio, ma quel che mi importava di più era il lavoro. Per poco non lo perdevo: un portiere d'albergo ha un'immagine da salvaguardare e non è stato facile convincere il direttore che anche in quelle condizioni potevo ricevere gli ospiti".
(continua...)
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