RIVOLUZIONE, PRESSIONI ESTERNE O FRATTURE INTERNE? UN'ANALISI

Lunedì
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Ottobre
01 2007

RIVOLUZIONE, PRESSIONI ESTERNE O FRATTURE INTERNE? UN'ANALISI

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MYANMAR: Misna; Per qualcuno a Yangon sta cominciando una rivoluzione di popolo, per altri, invece, nella ex-capitale del Myanmar è in corso solo uno scontro interno ai massimi vertici del regime, sostenuti da interessi internazionali differenti.

La MISNA ha chiesto una lettura sugli ultimi avvenimenti che si registrano nel ’paese delle Pagode’ a un profondo conoscitore del Myanmar, che al momento si trova in un paese confinante e che, recandosi regolarmente a Yangon per questioni di lavoro, ha chiesto di restare anonimo. “Dire se esista una spaccatura interna al governo è difficilissimo.

I militari hanno sempre gestito i problemi interni con grande segretezza, anche in tempi tranquilli. Di solito ti accorgevi che qualcuno era caduto in disgrazia, quando improvvisamente vedevi che, nell’arco di poche ore, un pezzo grosso era stato trasferito a fare il sindaco in un paesino remoto. Si tratta di una realtà assolutamente illeggibile perché è un circolo chiuso e completamente blindato” spiega la fonte, aggiungendo che con il trasferimento della capitale a Naypyidaw (che letteralmente significa ’dimora dei Re’, 500 chilometri a nord della vecchia Yangon), nell’estremo nord del paese verso il confine con il Bangladesh, “si è perso anche quel poco di contatto tra l’amministrazione e la gente della strada”. “La capitale è una cittadella isolata, dove i vertici vivono e si riuniscono da soli. Il trasferimento era stato fatto proprio in previsione di possibili turbolenze, oltre che per voci di un possibile attacco dal mare da parte di qualche potenza internazionale ostile ai militari” aggiunge la fonte. “Certamente all’interno dei vertici del Myanmar non c’è quell’unità che appare dalla facciata. Non ho elementi per parlare di una frattura specifica, ma l’intensificarsi delle pressioni di diversi attori internazionali sui generali potrebbe aver creato correnti diverse” aggiunge. Secondo l’intervistato il non intervento dei militari nei primi giorni delle proteste, non deve essere per forza interpretato come un segnale di frattura interna al regime. “Potrebbe essere anche un segno di continuità con la politica degli ultimi anni, quella che, dopo il massacro del 1998, ha visto i generali preferire allo scontri frontale altri metodi, più sotterranei, con i quali smontare il dissenso dall’interno attraverso le spie”. “Una via più ’morbida’ " ha proseguito la fonte " che risponde a molti motivi: da un lato non si vuole dare a parte della comunità internazionale ulteriori motivi di contestazione del governo e dall’altra non si vuole irritare ulteriormente la gente, perché i massacri del 1998 hanno fatto comprendere anche alla Giunta il potere del popolo”.

La fonte fornisce poi un particolare interessante, secondo cui, per sedare le proteste, il governo avrebbe richiamato a Yangon i militari normalmente dispiegati alla frontiera, temendo che i reparti di città non fossero abbastanza determinati. “I soldati arrivati negli ultimi giorni vengono direttamente dalla giungla dove si sono induriti con la guerriglia. Si tratta di gente reclutata giovanissima, indottrinata, pagata poco, ma col diritto di stuprare, rubare e saccheggiare. Campano con quello che possono e hanno un’arma in mano e con quell’arma si guadagnano, il pane e il companatico, rubando. Militari che al fronte hanno imparato che se non sparano come gli viene ordinato, sarà qualcun altro a sparare loro alle spalle” spiega la fonte.

“In questi giorni " conclude l’intervistato -continua a tornarmi alla mente la frase che alcuni anni fa disse durante una cena un uomo di cultura: ’Nel 1988 abbiamo vinto ma ci siamo fatti fregare. Quando il presidente si è dimesso abbiamo creduto che avrebbero ceduto il potere, fatto le elezioni e quindi ci siamo fermati. Poi invece si sono rimangiato tutto. La prossima volta, non so nè quando nè come inizierà , ma certamente nessuno più ci fermerà e sarà un bagno di sangue’. Una frase che raccolse l’assenso di tutti i birmani presenti”. “Non so se siamo arrivati al momento di cui parlava quell’uomo, ma sicuramente la gente negli ultimi mesi era esasperata e i recenti aumenti dei prezzi potrebbero aver soffiato sul fuoco che covava sotto la cenere” dice ancora prima di salutare. [MZ]

Source by Misna


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