Settima e Ottava Congregazione Generale

Domenica
12:21:07
Ottobre
17 2010

Settima e Ottava Congregazione Generale

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CITtà DEL VATICANO(VIS). Nel pomeriggio del 14 Ottobre si è tenuta nell’Aula del Sinodo la Settima Congregazione Generale, nel corso della quale sono continuati gli interventi dei Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato Sua Beatitudine Youssif III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano). Gli interventi liberi si sono svolti in presenza del Santo Padre.

CARDINALE PETER KODWO APPIAH TURKSON, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (CITTÀ DEL VATICANO). “Si potrebbe favorire la conoscenza del sito del PCGP come strumento al servizio delle Chiese locali per l’approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa. A questo proposito, il PCGP si impegna di completare la traduzione in Arabo del ’Compendium della Dottrina Sociale della Chiesa’. Inoltre, si potrebbe, visto l’intento del PCGP di istituire una ’summer school presso questo Dicastero, pensare di invitare e coinvolgere anche sacerdoti provenienti dal Medio Oriente (...). Le Chiese e le religioni di minoranza in Medio?Oriente non devono subire discriminazio ne, violenza, propaganda diffamatoria (anti?cristiana), la negazione di permessi di costruire edifici di culto, e di organizzare funzioni pubbliche. Infatti, la promozione delle ’Risoluzioni contro Diffamazione’ delle Religioni nel quadro dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite non deve limitarsi a Islam (Islamofobia) nel mondo occidentale. Essa deve includere Cristianesimo (Cristianofobia: la religione e le comunità dei credenti) nel mondo Islamico. Si può pure promuovere l’adozione, sempre nel quadro dell’ ONU, di una risoluzione sulla libertà religiosa come alternativa alla risoluzione sulla ’Diffamazione delle Religioni’“.

REVERENDO RAYMOND MOUSSALLI, PROTOSINCELLO DEL PATRIARCATO DI BABILONIA DEI CALDEI (GIORDANIA). “Noi siamo parte della storia e della cultura di questa regione medio?orientale, e se saremo costretti ad abbandonarla perderemo la nostra identità nella prossima generazione. Per questo spero che dal Sinodo emerga la necessità di una più stretta collaborazione tra i capi delle varie Chiese nel dialogo reciproco con i fratelli musulmani moderati. Come sappiamo le nostre chiese con il clero in Iraq vengono attaccate. C’è una deliberata campagna per cacciare i cristiani al di fuori del paese. Ci sono piani satanici dei gruppi fondamentali estremisti che non sono solo contro i cristiani iracheni in Iraq, ma i cristiani in tutto il Medio Oriente. (...) Vogliamo sensibilizzare la comunità internazionale che non può restare in silenzio davanti al massacro dei cristiani in Iraq, i Paesi di tradizione cattolica, affinchè facciano qualcosa per i cristiani iracheni, a cominciare dalla pressione sul Governo locale. Stiamo attraversando un tempo catastrofico per l’emigrazione delle famiglie e la perdita del nostro popolo che parla ancora la lingua aramaica pronunciata da nostro Signore Gesù Cristo“.

ARCIVESCOVO EDMOND FARHAT, NUNZIO APOSTOLICO (LIBANO). La situazione del Medio Oriente oggi è come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che la curassero. Come ultima risorsa l’Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sè pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. È caduto in una crisi profonda. (...) Oggi, la Chiesa subisce ingiustizie e calunnie. Come nel Vangelo molti partono, altri si stancano, o fuggono. I frustrati e i disperati si vendicano sugli innocenti. Dietro alle uccisioni materiali e alle sconfitte più cocenti c’è il peccato. (...) L’azione di Dio continua nella storia. La Chiesa in Medio Oriente vive attualmente il suo cammino di croce e di purificazione, che porta al rinnovamento e alla risurrezione. Le sofferenze e le angustie del presente sono i gemiti di una nuova nascita. Se durano è perché questo genere di demoni che tormentano la nostra società si scacciano solo con la preghiera. Forse non abbiamo pregato abbastanza!“.

ARCIVESCOVO RUGGERO FRANCESCHINI, O.F.M. CAP., DI IZMIR, AMMINISTRATORE APOSTOLICO DEL VICARIATO APOSTOLICO DELL’ANATOLIA, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DI TURCHIA (TURCHIA). “La piccola Chiesa di Turchia, a volte ignorata, ha avuto il sue triste momento di fama con il brutale assassinio del Presidente della Conferenza Episcopale Turca, Monsignor Luigi Padovese. In breve, voglio chiudere questa spiacevole parentesi cancellando insopportabili calunnie fatte circolare dagli stessi organizzatori del delitto. Perchè di questo si tratta: omicidio premeditato, dagli stessi poteri occulti che il povero Luigi aveva, pochi mesi prima, indicato come responsabili dell’assassinio di Don Andrea Santoro, del giornalista armeno Dink e dei quattro protestanti di Malatya; cioè un’ oscura trama di complicità tra ultranazionalisti e fanatici religiosi, esperti in strategia della tensione. La situazione pastorale e amministrativa del Vicariato dell’ Anatolia è grave. (...) Cosa chiediamo alla Chiesa? Semplicemente quello che ora ci manca: un Pastore, qualcuno che lo aiuti, i mezzi per farlo, e tutto questo con ragionevole urgenza. (...) La Chiesa di Anatolia è a rischio di sopravvivenza (...). Voglio tuttavia rassicurare le Chiese vicine, in particolare quelle che soffrono persecuzione e vedono i propri fedeli trasformarsi in profughi, che come Conferenza Episcopale Turca saremo ancora disponibili all’accoglienza e all’aiuto fraterno, anche oltre le nostre possibilità ; così come siamo aperti ad ogni collaborazione pastorale con le Chiese sorelle e con i musulmani di una laicità positiva, per il bene dei cristiani che vivono in Turchia, e per il bene dei poveri e dei profughi numerosi in Turchia“.

Successivamente sono intervenuti diversi Uditori. Di seguito riportiamo la sintesi di alcuni interventi.

PROFESSOR MARCO IMPAGLIAZZO, ORDINARIO DI STORIA CONTEMPORANEA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI PER STRANIERI DI PERUGIA, PRESIDENTE DELLA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO (ITALIA). “È nell’interesse delle società musulmane che le comunità cristiane siano vive e attive nel mondo mediorientale. Un Medio Oriente senza cristiani significherebbe la perdita di una presenza interna alla cultura araba, capace di rivendicare il pluralismo rispetto all’islam politico e all’islamizzazione. Senza di loro l’Islam sarebbe più solo e fondamentalista. I cristiani rappresentano una forma di resistenza a un ’totalitarismo’ islamizzante. La loro permanenza in Medio Oriente è nell’interesse generale delle società della regione e dell’Islam. (...) In Medio Oriente non c’è solo da difendere un passato cristiano, ma anche da affermare una visione del futuro, partendo dalla convinzione che i cristiani hanno in questo una vocazione storica: comunicare il nome di Gesù, viverlo e, in tal modo lavorare per costruire in modo creativo una civiltà del vivere insieme di cui il mondo intero ha bisogno. C’è qui il dovere del dialogo. (...) Le Chiese in Medio Oriente possono essere artefici di una civiltà del vivere insieme, esemplare a livello mondiale, nella misura in cui reintegrano e rivendicano con voce alta e forte il senso della loro missione“.

SIGNORA PILAR LARA ALÉ°N, PRESIDENTE DALLA FONDAZIONE PROMOZIONE SOCIALE DELLA CULTURA (SPAGNA). “Attualmente la Fondazione è presente in 41 Paesi e in 4 continenti. Nei 5 Paesi del Medio Oriente, la nostra zona prioritaria, abbiamo gestito più di 98 programmi con un giro di affari di oltre 60 milioni di euro. Dopo questi anni di esperienza sul campo, vorrei fare alcuni commenti sulla situazione; in Medio Oriente assistiamo alla scomparsa di intere comunità cristiane, nell’indifferenza del mondo intero, specialmente dell’Europa. Allo stesso tempo la guerra fa parte della vita quotidiana; la povertà non è affatto l’unica causa dei conflitti, lo è piuttosto il fattore religioso. Infine, i cristiani continuano a vivere attorno alle loro Chiese, anche se, a volte, si tratta di un semplice formalismo sociale. La conclusione è che la presenza dei cristiani è fondamentale per la pace e la riconciliazione, ma essi dovrebbero operare senza escludere la religione dalla vita pubblica, come è successo in Europa, perché questo non è affatto utile allo sviluppo. I valori religiosi ci permettono di progredire contemporaneamente sul piano sociale e personale. Di conseguenza i cristiani devono adeguare i loro comportamenti al loro credo, superare l’odio e i rancori e ricercare il perdono. Essi non dovrebbero affatto predicare, a parole, il messaggio evangelico e, nei fatti, la vendetta e la lotta armata. Ciascuno ha l’obbligo di procurarsi una formazione che gli permetta di acquisire le condizioni adatte a progredire nella vita professionale e cristiana“.

Alle 18.30 il presidente delegato ha dato la parola ai rappresentanti dell’Islam: il Signor Muhammad al-Sammak, Consigliere politico del Gran Muftí del Libano, e all’Ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, Professore presso la Facoltà di Diritto della Shahid Beheshti University di Teheran e Membro dell’Accademia Iraniana delle Scienze.

MUHAMMAD AL-SAMMAK (LIBANO). “Due aspetti negativi sono la causa del problema dei cristiani d’Oriente: il primo riguarda la mancanza di rispetto dei diritti dei cittadini nella piena uguaglianza di fronte alla legge in alcuni paesi. Il secondo riguarda l’incomprensione dello spirito degli insegnamenti islamici specifici relativi ai rapporti con i cristiani che il Sacro Corano ha definito “i più predisposti a amare i credenti“ e ha giustificato questo amore affermando “che ci sono tra di loro sacerdoti e monaci e che essi non si riempiono d’orgoglio“.

“Questi due aspetti negativi, in tutto ciò che comportano come contenuti intellettuali e politici negativi, e in tutto ciò che implicano come atteggiamenti relativi agli accordi e alla loro applicazione e che provocano come azioni preoccupanti e nocive, fanno del male a tutti - cristiani e musulmani - e ci offendono tutti nella nostra vita e nel nostro destino comuni. Per questo, siamo chiamati, in quanto cristiani e musulmani, a lavorare insieme per trasformare questi due aspetti negativi in aspetti positivi: in primo luogo, attraverso il rispetto dei fondamenti e delle regole della cittadinanza che opera l’uguaglianza prima nei diritti e poi nei doveri. In secondo luogo, ostacolando la cultura dell’esagerazione e dell’estremismo nel suo rifiuto dell’altro e nel suo desiderio di avere il monopolio esclusivo della verità , e rafforzando e diffondendo la cultura della moderazione, dell’amore e del perdono, in quanto rispetto della differenza di religione e di fede, di lingua, di cultura, di colore e di razza e poi, come ci insegna il Sacro Corano ci rimettiamo al giudizio di Dio riguardo alle nostre differenze. Sì, i cristiani d’Oriente sono messi alla prova, ma non sono soli“.

“La presenza cristiana in oriente, che opera e agisce con i musulmani, è una necessità sia cristiana che islamica. È una necessità non solo per l’Oriente, ma anche per il mondo intero. Il pericolo di un calo di questa presenza a livello quantitativo e qualitativo è una preoccupazione sia cristiana che islamica, non solo per i musulmani d’Oriente, ma anche per tutti i musulmani del mondo. Non solo, io posso vivere il mio Islam con qualunque altro musulmano di ogni stato ed etnia, ma in quanto arabo orientale, non posso vivere la mia essenza di arabo senza il cristiano arabo orientale. L’emigrazione del cristiano è un impoverimento dell’identità araba, della sua cultura e della sua autenticità “.

“È per questo che sottolineo ancora una volta qui, dalla tribuna del Vaticano, ciò che ho già detto alla venerabile Mecca, ossia che sono preoccupato per il futuro dei musulmani d’Oriente a causa dell’emigrazione dei cristiani d’Oriente. Conservare la presenza cristiana è un comune dovere islamico nonchè un comune dovere cristiano. I cristiani d’oriente non sono una minoranza casuale. Essi sono all’origine della presenza dell’Oriente prima dell’Islam. Sono parte integrante della formazione culturale, letteraria e scientifica della civiltà islamica“.

AYATOLLAH SEYED MOSTAFA MOHAGHEGH AHMADABADI (IRAN). “Nel corso degli ultimi decenni, le religioni si sono trovate di fronte a nuove situazioni. L’aspetto più importante di questo fatto è la diffusa confusione dei loro discepoli nel contesto reale della vita sociale, come pure nelle arene nazionali e internazionali. Prima della Seconda Guerra Mondiale, e nonostante gli sviluppi tecnologici, i seguaci delle diverse religioni vivevano di solito all’interno dei propri confini nazionali. Non esisteva l’enorme problema dell’immigrazione nè la vasta espansione della comunicazione che unisce gruppi sociali tanto differenti tra loro“. (...) Ma oggi siamo testimoni dei grandi cambiamenti occorsi dalla metà del secolo scorso e tale trasformazione prosegue a un ritmo incredibile. Ciò non ha avuto soltanto un effetto qualitativo sui rapporti tra le religioni, ma ha altresì condizionato i rapporti tra i diversi segmenti delle religioni e perfino tra i loro seguaci. È indubbio che nessuna religione può rimanere indifferente di fronte a questa situazione di rapidi cambiamenti“.

“Nelle società in cui sono esistiti diversi gruppi etnici con le proprie lingue e religioni, per il bene della stabilità sociale e della “sanità etnica“, occorre che ognuno rispetti la loro presenza e i loro diritti. La concordanza di interessi e il benessere sociale a livello nazionale e internazionale sono tali che nessun gruppo o paese può essere trascurato. E questa è la realtà del nostro tempo“.

“Non dobbiamo forse considerare inoltre quale sia la situazione ideale per i credenti e i seguaci? Qual è la migliore condizione raggiunta? Sembra che il mondo ideale sia uno stato in cui i credenti di ogni religione, liberamente e senza preoccupazioni, timori o obblighi, possano vivere secondo i principi fondamentali e le usanze dei propri costumi e tradizioni. Tale diritto universalmente riconosciuto dovrebbe essere messo effettivamente in pratica dagli stati e dalle comunità “.
SE/ VIS 20101015 (2120)

OTTAVA CONGREGAZIONE GENERALE

CITtà DEL VATICANO (VIS). Nella mattina del 15 Ottobre, in presenza del Santo Padre e di 168 Padri Sinodali, si è tenuta l’Ottava Congregazione Generale dell’Assemblea Generale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Presidente Delegato di turno è stato il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.

Di seguito riportiamo gli interventi di un Delegato fraterno, dei Padri Sinodali e degli Uditori.

VESCOVO SHAHAN SARKISSIAN, DI ALEPPO, PRIMATE DEGLI ARMENI IN SIRIA. “Dobbiamo manifestare più concretamente e più chiaramente l’Unità delle Chiese, che costituisce, oggi più che mai, un imperativo per il Medio Oriente. (...) Il rispetto e la comprensione reciproca costituiscono le basi del dialogo e della coesistenza islamico - cristiana. Approfondire la convivenza con l’Islam, rimanendo fedeli alla missione e all’identità cristiana. (...) Si considera una priorità , rilanciare e promuovere l’educazione cristiana, il rinnovamento spirituale e la diaconia, l’evangelizzazione interna e la trasmissione di valori cristiani ai giovani, la partecipazione attiva dei laici alla vita e vocazione della Chiesa. Sottolineare l’importanza della collaborazione ecumenica istituzionale e il dialogo teologico bilaterale. La riforma e la riorganizzazione del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente costituiscono oggi una priorità fondamentale, alla quale già si dedicano le Chiese membri del Consiglio“.

CARDINALE JEAN-LOUIS TAURAN, PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO “L’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi rappresenta una opportunità e una sfida: 1) una opportunità perché deve permettere di comprendere meglio che i conflitti non risolti della regione non sono causati da motivi religiosi, come testimonia la presenza fra noi di rappresentanti del Giudaismo e dell’Islam. L’urgenza di una riflessione trilaterale (ebrei, cristiani e musulmani) sul ruolo delle religioni nelle società medio orientali. 2) Una sfida è quella di offrire ai cristiani del Medio Oriente orientamenti concreti: non dobbiamo essere timidi nel reclamare non solo la libertà di culto, ma anche la libertà religiosa. La società e la Chiesa non devono nè forzare una persona ad agire contro la sua coscienza, nè impedirle di agire secondo la sua coscienza. Investiamo di più in favore delle nostre scuole e università , frequentate da cristiani e musulmani: sono laboratori indispensabili per vivere insieme. Domandiamoci se facciamo abbastanza, a livello delle chiese locali, per incoraggiare i nostri cristiani a rimanere sul posto, alloggi, costi per l’istruzione, assistenza sanitaria. Non si può aspettare tutto dagli altri“.

VESCOVO GIACINTO-BOULOS MARCUZZO, AUSILIARE DI GERUSALEMME DEI LATINI, VICARIO PATRIARCALE DI GERUSALEMMEI DEI LATINI PER ISRAELE. “La formazione è in assoluto la più grande necessità della Chiesa in Medio Oriente. È la priorità pastorale che il l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente dovrebbe avere. (...) Il miglior metodo da seguire per questa operazione pastorale di fede e di Chiesa, sono convinto che sia il tradizionale e sempre attuale: “Osservare, giudicare, attuare. (...) Osservare la realtà , i cambiamenti e i ’segni dei tempi’; giudicare la realtà alla luce della Parola di Dio e della fede e fare discernimento; in ultimo, passare alla vita, programmando piani d’azione e di compromesso. (...) Oggi in Terra Santa tutte le Chiese cattoliche hanno compiuto un’altra grande mediazione culturale e hanno realizzato l’esperienza di un Sinodo pastorale diocesano, il quale ha veramente ravvivato e rinnovato la nostra fede, e ci ha dato un ’Piano generale pastorale’ comune per questo tempo. (...) Dal momento che è il miglior metodo nei momenti di novità e cambiamento, la mediazione culturale della fede è anche la più indicata per la nostra situazione in Israele, dove vi sono due grandi novità storiche nella Chiesa: una Comunità arabo-palestinese che vive in minoranza in mezzo alla maggioranza ebraica; la nascita di una ’Comunità cattolica di espressione ebraica’“.

PROFESSORE AGOSTINO BORROMEO, GOVERNATORE GENERALE DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME (ITALIA). “Oltre ai tradizionali aiuti alle Chiese, si potrebbe tuttavia cercare di porre in essere nuove strategie miranti a creare migliori condizioni di vita a favore dei cristiani. Cito alcuni esempi: 1) costruzione di alloggi sociali; 2) la creazione di ambulatori medici nelle località distanti dai centri ospedalieri; 3) la concessione di microcrediti, soprattutto per finanziare attività che creino nuove fonti di redditi o aumentino quelli già percepiti; 4) l’elaborazione di un sistema di microassicurazioni, con particolare riferimento al settore delle assicurazioni sanitarie; 5) contatti con imprese occidentali al fine di verificare se possano essere interessate a trasferire alcune fasi dei processi produttivi in Medio Oriente. Naturalmente, queste iniziative dovranno essere poste in opera in stretta collaborazione con le autorità ecclesiastiche locali e sotto il controllo delle singole Chiese. Anche se i risultati potrebbero essere modesti, essi rappresenterebbero comunque una testimonianza concreta della vicinanza dei cristiani di tutto il mondo ai problemi e alle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle del Medio Oriente“.

MADAME JOCELYNE KHOUEIRY, MEMBRO FONDATORE E PRESIDENTE DEL MOVIMENTO MARIANO: “LA LIBANEISE FEMME DU 31 MAI“. “Nella nostra Chiesa dobbiamo offrire la possibilità alle donne, ai giovani, alle coppie, alle famiglie e, soprattutto, alle persone disabili, di poter compiere scelte di vita coerenti con il Vangelo, e di scoprire la loro propria missione nella Chiesa e nella società araba e medio orientale. (...) L’integrazione della preparazione remota al matrimonio e ai valori familiari deve costituire una priorità nei nostri programmi educativi e pastorali, per contribuire ad affrontare con coscienza e responsabilità le deviazioni della società del consumo. (...) Se la donna cristiana può esprimersi e testimoniare la bellezza della fede e del vero senso della dignità e della libertà , ciò costituisce una testimonianza urgente che interpella la donna musulmana e apre nuovi cammini al dialogo. Non è secondario, di fronte alla continua minaccia dell’emigrazione, che le nostre famiglie possano appoggiarsi ed essere accompagnate dalla loro Chiesa, madre ed educatrice, affinchè siano realmente santuari aperti al dono della vita, soprattutto quando questa è segnata dalla disabilità o da difficoltà socio-economiche“.
SE/ VIS 20101015 (960)

Source by vaticano


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