Da ’’Bacco e Perbacco’’ c’e’ Marabino

Sabato
16:37:05
Ottobre
27 2012

Da ’’Bacco e Perbacco’’ c’e’ Marabino

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Io dal vino ci vado “tutto intero“. Corpo, mente, spirito. E in queste scarne parole è condensata la mia poetica. Prima di tutto vado ad incontrarlo. Non è il vino a dover venire a me, anche quando una bottiglia la compro e la porto a casa. Detenerla non mi dà nessun ascendente su di essa. Possederla non me la rende più familiare, né ne decripta il segreto. Il vino va vissuto. Tentandone un discernimento. Vana l’attesa di un suo verbo subliminale se non ci si immerge nella sua realtà. Con tutto il proprio sè. Ecco la seconda, imprescindibile condizione. Non si creda che possa bastare un approccio tecnico-culturale, né avventuristico, goliardico, edonistico. Ci vuole l’anima. Va esplorato il versante emozionale della progressione sensoriale. E’ il “tutto intero“ che è richiesto per lucrare, completa ed appagante, un’esperienza.

Spesso non si può risalire ai luoghi di appartenenza. Né calcare le capezzagne che vedono il frutto uva del nettare prescelto prosperare. Ma i facitori si possono incrociare e mutuare dal loro racconto un pò della tanto sospirata verità organolettica. Quel che è capitato ieri sera a Lucera, nella sontuosa cornice di piazza Duomo, da “Bacco e Perbacco“, locale-faro ormai imperdibile per gli amanti del vino della provincia di Foggia e non solo. Con Paolo Pallozzi e svariate chicche enologiche della scuderia “Les Caves de Pyrene“, allo stesso desco condiviso con Sergio Panunzio e Pasquale Lauriola, c’era Pierpaolo Messina, ovvero braccio e mente dell’azienda vinicola Marabino. Ad oriente di Trinacria, dalla contrada “Buonivini“ di Noto, ecco scaturire un prestante Nero d’Avola in una versione “quotidiana“ e nel superiore lignaggio dell’Archimede 2008. Appassionato il racconto di Pierpaolo.

Le sue parole trasudano passione e illuminano i personali percorsi interpretativi dei presenti. Si suggerisce la grafite ed ecco che la si scova. Si evocano note salmastre e paiono emergere prepotenti dal poderoso frutto. Si invoca la mineralità e sembra di lì a poco imporsi ai nostri sensi. E’ un esercizio di “maieutica“ che solo il detentore dello spirito guida, il creatore del vino, può ingenerare negli astanti. Come barche in rada, ondeggiamo soddisfatti nel porto sicuro della corretta beva di un vino che teme pochi confronti. E pensare che sul tavolo diverse sono state le perle enoiche che si sono succedute. A cominciare dalle sorprendenti bollicine del Brut Contadino di Picariello. Confermata tutta la sua qualità, per un assoluto esordiente nel panorama spumantistico nazionale alla luce anche della particolarità di non essere degorgiato. Un bianco borgognone, il Melon del Domaine de la Cadette, ha generato un crescendo olfattivo con un profluvio di sentori fruttati, floreali e minerali. A seguire uno stupefacente Buria Bela 2010 (rebula, malvasia, riesling, zelen) ci ha dispiegato le immense potenzialità del terroir sloveno. Poi, l’avvento del San Lorenzo 1998 di Natalino Crognaletti. Qui si è cambiato registro. Note mentolate e di eucalipto hanno issato il vino nel dominio dei “grandi“ in assoluto. Quanti bianchi, svolgendo il gomitolo della memoria storica degli assaggi, potrebbero rivaleggiare con un simile campione?

Ben pochi. Estasiati abbiamo posticipato parte della sua beva al responso sui rossi. E che rossi. Basti pensare al Brunello di Montalcino 2005 del Paradiso di Manfredi. O al Barolo Viglione 2006. Ma al saldo di S. Lorenzo è affidata la chiusa per manifesta e indiscussa superiorità.

Ancora una volta a Bevitori sodali è toccata la sorte di dirigere i propri sensi su crinali gustativi d’Alta quota....

ROSARIO TISO
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Source by rosario_tiso


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