«La grande tentazione: per un giorno, un giorno solo, vorrei essere violenta anch’io»

Giovedì
16:10:20
Novembre
25 2021

«La grande tentazione: per un giorno, un giorno solo, vorrei essere violenta anch’io»

Vincenza Palmieri: “La grande ipocrisia della lotta al Femminicidio: le donne che denunciano le violenze, molto spesso perdono i propri figli”
«Oggi vorrei essere violenta anch’io»

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Perché vorrei riuscire a essere violenta, almeno per un giorno, saper essere violenta?
Perché questo sentimento è il risultato della rabbia. La rabbia che provo - nel mio lavoro - a causa della conoscenza diretta e completa di molte situazioni di maltrattamento e abuso sulle donne; ma anche per la grande ipocrisia che accompagna la lotta contro il fenomeno assurdo, eppure diffusissimo, del Femminicidio.

Quest’anno ho letto decine e decine di relazioni tecniche su donne che avevano denunciato le violenze; e che avevano superato anche molti ostacoli per giungere alla denuncia.

Non è facile recarsi in commissariato e denunciare; per la paura di rappresaglie da parte del maschio abusante, ma non solo. Anche perché l’onere della prova, quando si denuncia, è a carico della stessa donna vittima di violenza, che spesso diventa oggetto di verifica e di indagine ancor più e ancor prima del soggetto aggressore.

Ma ciò che ho trovato ancor più pazzesco - soprattutto perché messo in opera, spessissimo, da CTU e Giudici donne e madri - è quanto puntualmente, negli atti del procedimento istruito a seguito della denuncia, si legga che tali donne vittime di violenza abbiano un “disturbo della personalità con sindrome paranoideo-persecutoria”.

Una donna che denuncia le violenze e che enumera le situazioni, i casi, i momenti, gli atti di tale violenza è considerata esagerata, ossessiva, paranoica: sostanzialmente matta, con disturbi psichiatrici.

E se i figli dichiarano di non trovarsi bene o di essere, anche loro, maltrattati dal padre, certamente sono stati istigati, manipolati dalla madre. Che oltre a essere pazza, dunque, è anche una infida manipolatrice.

E ancora - come se tutto questo non bastasse - le madri entrano con i figli in strutture, se hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare, ma escono spesso senza.

Le donne che denunciano le violenze molto spesso - anzi, nella maggioranza dei casi - perdono i figli.
Ed è questa la ragione per cui molte donne non si sentono di denunciare e restano in casa, assieme al proprio carnefice; questa è una delle ragioni primarie del femminicidio in Italia: per le donne che denunciano non ci sono garanzie.

Le donne non hanno paura di denunciare il maltrattante - o non solo, almeno - hanno paura di perdere i figli. Perché questo è ciò che accade.

Allora basta con menzogne e ipocrisie.
Perché una guerra reale al femminicidio è possibile solo quando si ammette che il fenomeno poggia su una struttura che non tutela le donne.

Ed è malvagio - oltre che vigliacco - questo riempirsi la bocca con appelli a denunciare, quando le donne poi restano sole e spogliate anche dell’abbraccio dei propri figli.

Non ho mai visto - quando difendo molti padri per bene, accusati ingiustamente - la medesima diagnosi di disturbo paranoideo-persecutorio applicata a un uomo.

Il disturbo della personalità, guarda caso, è solo una “malattia” femminile.

E nelle determinazioni dei Giudici - sempre nel solo caso delle donne, mai degli uomini - viene richiesto espressamente che la denunciante «si sottoponga ad un percorso di psicoterapia per accettare il maltrattante».

Non solo vittime di violenza. Ma condannate a dover accettare l’autore di tali violenze.

Come posso, dunque, essere meno arrabbiata di quanto non sia oggi?
E come potrei - se solo fosse nella mia natura - non desiderare di essere io stessa, per una volta, per un giorno, violenta?

È ovvio che questa rabbia inascoltata non debba portare, essa stessa, a violenza.
Ma deve essere altrettanto chiaro che questa enorme ipocrisia attorno ad un tema così grave - che interessa la vita delle donne e la sopravvivenza degli affetti - non è più sopportabile.

Che le donne denuncino, certo.
Ma che siano messe in condizione di farlo. Senza diagnosi, senza ulteriori violenze. E senza la paura - o peggio, la certezza - di perdere i propri figli.

Vincenza Palmieri
Media Inpef media.inpef@gmail.com

Source by Inpef


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