Il libero mercato fa male ai paesi in via di sviluppo

Giovedì
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Settembre
04 2008

Il libero mercato fa male ai paesi in via di sviluppo

Arriva nelle librerie lunedì 8 settembre “Cattivi samaritani”, la più efficace critica alla globalizzazione imposta da Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Wto

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Milano: Se la Gran Bretagna prima e il resto d'Europa, gli Stati Uniti e le economie asiatiche in seguito si sono elevati al rango di potenze economiche non lo devono al libero mercato, ma a un'accorta politica protezionista. I dazi più alti della storia dei commerci, documenta Ha-Joon Chang nel suo Cattivi samaritani. Il mito del libero mercato e l’economia mondiale (Università Bocconi editore, 2008, 266 pagine, 24 euro) sono stati quelli applicati dagli anglosassoni nei decenni della loro ascesa economica. Solo quando è diventata potenza egemone, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, l’Inghilterra ha imposto con la forza a tutto il mondo la libera circolazione dei beni, con la conseguenza, comune anche a casi più recenti, di una crescita sostenuta per i paesi sviluppati e stentata per quelli in via di sviluppo.

I cattivi samaritani del titolo di Chang, un economista dello sviluppo coreano con cattedra a Cambridge, sono gli occidentali che, attraverso la "scellerata trinità " costituita da Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio, impongono ai paesi in via di sviluppo politiche incompatibili con lo stadio economico in cui si trovano. Anche nel recente passato, mostra l’ampia evidenza fornita da Chang, l’imposizione delle politiche neo-liberiste ai paesi in via di sviluppo si è tradotta in un forte rallentamento della crescita e, spesso, in instabilità sociale. I paesi che hanno saputo proteggere le proprie industrie innovative quando erano troppo giovani per competere con quelle dei paesi avanzati si sono, invece, resi protagonisti di veri miracoli economici.

I cattivi samaritani non sono necessariamente in cattiva fede, ma si adeguano a quella che è l’onda intellettuale prevalente, senza approfondire analisi che potrebbero rivelarsi illuminanti ma scomode (esemplare, a questo proposito, la giustapposizione dei due paragrafi La storia ufficiale della globalizzazione e La vera storia della globalizzazione). Molti di essi si annidano anche nelle amministrazioni dei paesi in via di sviluppo che finiscono, come ha fatto la Corea a metà degli anni '90, per aprire la propria economia precocemente, nell’illusione delle qualità taumaturgiche del libero mercato.

Chang critica le politiche neoliberiste di globalizzazione senza acrimonia e con una ricchezza di argomenti e di dati sorprendente. È, inoltre, un vero campione di scrittura, con la capacità di rendere semplice ogni passaggio e di trovare metafore e formule memorabili. Per far capire quanto possa risultare controintuitivo il successo di un'economia chiusa come quella coreana della seconda metà del XX secolo apre il libro immaginando lo sviluppo del Mozambico di qui a 50 anni e facendoci poi capire che la situazione odierna del paese africano è la stessa di quello asiatico mezzo secolo fa. Per giustificare la protezione delle industrie nei primi stadi di sviluppo ci spiega perché continuerà a far studiare suo figlio di sei anni, anzichè gettarlo subito nell’arena competitiva del mondo del lavoro. Per suggerire che democrazia e libero mercato non vanno necessariamente sempre a braccetto, ci sussurra i principi all! a base dei due concetti: "una persona, un voto" in un caso, "un dollaro, un voto" nell’altro.

Anche le qualità di scrittura hanno contribuito al giudizio del Financial Times, per cui Chang "è probabilmente il critico più efficace della globalizzazione oggi al mondo".

Source by Bocconi


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