I Bevitori Randagi,il paradosso di Chandler e il Poliphemo di Tecce.

Martedì
01:19:12
Aprile
19 2011

I Bevitori Randagi,il paradosso di Chandler e il Poliphemo di Tecce.

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Da quando mi sono invaghito del vino e ho intuito la vastità del suo mondo ho cercato di espandere i confini delle mie percezioni sondando in ogni direzione le infinite combinazioni gustative che ogni campione assaggiato di volta in volta sapeva recarmi,assommando nella memoria dei sensi una infinità di dati e di ricordi.
In questo affascinante e inarrestabile crescendo di consapevolezza si è…ahimè….realizzato il paradosso di Chandler:
”A una maggiore ampiezza di conoscenze corrisponde unarea di incertezze maggiore”.

Questo problema è di difficile soluzione.
So sempre meno quel che è buono e che mi piace.

Sono sempre meno netti i confini dei miei gusti e delle mie inclinazioni.
Se la disanima organolettica può avvalersi di un supporto tecnologico(si pensi alla "cromatografia gassosa”per individuare le diverse componenti aromatiche del vino…),questione ben più spinosa è la verità sul vino.
Partendo dal presupposto che la natura da sola non possa generare uve e suoi derivati in qualche modo appetibili e che la stessa versione bio-dinamica della viticoltura si fonda su pratiche comunque prodotte dallingegno delluomo,resta apertissima la questione sulloggettività del "buono”.
Un profumo complesso,suadente,carezzevole che sale dal bicchiere scosso è un valore assoluto?
Un sapore pieno e appagante,capace di suscitare piacevolezze,in cosa potrebbe risultare disdicevole?
Quel che rifuggo come la peste è la tirannia delle idee a scapito dei sensi.
Non riserverò mai al "piacere” un ruolo marginale nella mia vita.
Ciò che è in grado di procurare emozione sarà sempre una stella di primaria grandezza nel mio firmamento.
Il piacere è il coronamento di un percorso interiore,imperscrutabile.
Cresce nei crepacci dellanima,come unerba selvatica.
Se luomo non è solo mera astrazione si concreta nei suoi sintomi,avvisaglie di bisogni che aspirano allappagamento.E poi ancora sintomi,bisogni e parabole di soddisfazione.
Nel vino si cerca istintivamente ciò che innesca questa dinamica,che è della vita stessa.
Solo la morte ed il suo vuoto la farà cessare.
Un grande vino ha la fortuna di appartenere ad una grande vigna,ad unannata spesso favorevole,alle mani e allestro di un grande vigneron.
I suoi effluvi odorosi sono tetti alati irraggiungibili;il suo gusto una scala musicale eseguita su di una tastiera infinita.
E un vino buono fino alle lacrime,lacrime demozione.
Un grande vino è un agguato ai nostri gusti consolidati,ai nostri sensi assopiti,ai nostri tronfi convincimenti.
Sovente li scompagina e ne sortisce un nuovo punto di vista.
Un vino non è mai solo quel vino.Quel vino diventa un riflesso di noi stessi nel momento in cui poniamo le spire della nostra attenzione su di esso e lo inglobiamo al nostro mondo.
Degustare un vino è coltivare lo spirito.Dentro la calda corazza alcolica si agitano linguaggi sensoriali più rarefatti che suggeriscono sortite in domini intellettuali mai esplorati.
Il Poliphemo di Tecce lo abbiamo già incontrato,restandone soggiogati.
Stasera,da "Bevitori Randagi” che amano reiterare ogni bevuta suscettibile di entusiastici approfondimenti,abbiamo raddoppiato:al wine-bar Cairoli si fronteggiano le annate 2005 e 2006 del "Poliphemo”.
Ad ammostare la bocca ci pensa un Prosecco "sur lie” rifermentato in bottiglia di Carolina Gatti Luna.
Già bevuto in altre circostanze con esiti organolettici alterni,è opaco alla vista e complesso al naso.
Il gusto divide.Una succosa acidità scatena lentusiasmo di Sergio Panunzio a cui fanno eco quello un po sbiadito di Sandro Maselli ed il mio,ma Antonio Lioce lo gradisce appena e Pina lAltrelli non riesce proprio ad apprezzarlo.
Passiamo così ai "Poliphemo”
Viti vetuste a "raggiera taurasina” o a spalliera in vigna.
Una pratica agronomica,il "sovescio”,consistente nell’interramento di apposite colture allo scopo di aumentare la fertilità del terreno o di mantenerne il valore.
In cantina lieviti autoctoni e macerazioni lunghe(40 giorni sulle bucce…) in tini di castagno.Poi si sfeccia in acciaio ed è di nuovo legno.Nessuna filtrazione e limbottigliamento.
Questo è lingegno delluomo applicato in rispettosa veste alla natura.
Luigi Tecce comprenderà il tono enfatico e declamatorio del testo:i suoi "Taurasi” ci hanno conquistati.
Quella possanza,pulizia,integrità che sembravano appannaggio esclusivo di vini soggetti a controlli e ritocchi invasivi in tutte le fasi di lavorazione le ritroviamo in un campione da agricoltura anarchica e umorale.
A patto di saper attendere.
Come un gigante stivato in unalcova troppo stretta esce alfine alla luce dopo lunga prigionia stiracchiandosi e distendendosi lentissimamente,bisogna aspettare che la carezza di una lieve ossigenazione ne risvegli le diverse anime,e nel bicchiere si alterneranno frutta in confettura,fiori secchi,strali speziate,note balsamiche fino alla china e tostate fino alle fave di cacao.
Ma è in bocca che si assiste allinaspettato:tannini e acidità sono sedati,placidamente assisi ai bordi del gusto a disciplinarne il compatto fluire.
La persistenza è ben oltre il numerabile.
Il 2005 inaspettatamente regge il confronto con il 2006,atteso ad una performance di caratura superiore.
Il maggiore equilibrio sciorinato dal primo campione bilancia la notevole complessità olfattiva e gustativa del secondo,dalla chiusa un po astringente.
Comunque è un tripudio dei sensi che avrebbe suggerito di finirla così,assaporando il piacere finente di una serata ancora una volta riuscitissima.
Ma con gli occhi lucidi di alcol ed emozione ci concediamo unulteriore delizia:il Primitivo Dolce Naturale Es 2008 di Gianfranco Fino.
Che dire:sembra un grande Porto Vintage.
Fruttato,cioccolatoso,speziato,ritmico nel suo nerbo acido,è unautentica golosità.
Non potevamo accomiatarci dalla beva meglio di così.


ROSARIO TISO
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Source by rosario_tiso


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21 ott 2010
I Bevitori Randagi