Due militari italiani in ostaggio dell’India da un anno

Mercoledì
13:56:36
Gennaio
30 2013

Due militari italiani in ostaggio dell’India da un anno

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Roma: Fra due settimane sarà trascorso un anno dal momento in cui i nostri Marò sono stati catturati con linganno dallIndia e costretti a subire uno stato di detenzione seppure in libertà vigilata. 365 lunghi giorni ed ancora non si intravede la soluzione del problema. Di nuovo una cortina impenetrabile è calata sulla vicenda garantita dal silenzio tombale dei mezzi di informazione e delle Istituzioni.

Una precedente ricostruzione del Ministro Terzi titolata "Marò in India, ricostruzione del Ministro Terzi”, ripresa e pubblicata domenica 27 gennaio su "Altrainformazione” alfredodecclesia.blogspot.it/2013/01/m...) dopo 12 mesi ripropone una serie di quesiti su aspetti ancora non del tutto chiari, che invece meriterebbero un maggiore approfondimento per capire esattamente cosa sia successo il 15 febbraio 2012.

Ci dice il Ministro che "…., le autorità indiane hanno chiesto via radio al comandante della Enrica Lexie di dirigersi verso il porto di Kochi (India, Stato del Kerala), precisando che avevano arrestato alcuni sospetti pirati e necessitavano di una collaborazione per identificare gli autori dell’attacco.” Comunicazione del Centro di coordinamento per la sicurezza in mare di Bombay che è risultata immediatamente falsa ed ingannevole e come tale considerata reato penale dal Diritto Internazionale marittimo. Unoccasione forse da non perdere per sottoporre i fatti alla valutazione delle strutture giuridiche internazionali, ma lItalia ha preferito scegliere lapproccio del low profile.

Possiamo ancora leggere, "…..decideva di dirigere in porto, informando di questa sua decisione il Centro operativo interforze della Difesa,….”. Anche il Ministro De Paola ha ammesso, con la risposta scritta 4-070507 ad uninterrogazione presentata alla Camera che "……lautorizzazione a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò, tuttavia, per la presenza di NPM a bordo, è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale…..”. E quindi lecito riproporre linterrogativo per chiarire se il Centro Operativo Interforze della Difesa abbia informato immediatamente lUnità di crisi del Ministero degli Esteri su quanto stesse accadendo nellOceano indiano con il coinvolgimento di una nave battente Bandiera italiana, di cittadini italiani imbarcati come equipaggio e come Nuclei Militari di Protezione antipirateria. Una domanda rimasta tale da 365 giorni e rimane ancora oscuro un aspetto importante della vicenda, quello di un possibile carente coordinamento fra i due Dicasteri.

Una sola certezza: allarrivo della nave a Koci erano ad attenderla in banchina il Console italiano a Mumbai e lAddetto Militare accreditato in India.

Un altro aspetto rilevante lo troviamo nellaffermazione del Ministro "Aggiungo che la missione militare dell’Unione europea «Atalanta», di cui facciamo parte, contempla la possibilità di inviare nuclei militari armati posti sotto il comando e il controllo della missione europea e con chiare regole di ingaggio. La presenza di questi nuclei a bordo è conforme anche alla risoluzione dell’ONU….”. Probabilmente lONU e lUnione Europea dovevano, quindi, farsi carico "motu proprio” della vicenda e promuovere ogni iniziativa per una rapida ed efficacie soluzione del problema nel pieno rispetto del Diritto Internazionale e della "immunità sovrana” dei due militari di uno Stato Membro dellUnione.

Nella relazione non emerge, invece, lo scarso interesse internazionale ed in particolare della UE, piuttosto viene sottolineata lattenzione alla vicenda della baronessa Catherine Asthon responsabile della politica estera dellUnione. La stessa che il 2 ottobre 2012 attraverso il suo portavoce ha dichiarato in una lettera "Non sarebbe corretto per lUE intervenire in una questione che è posta dinanzi alle competenti istanze giudiziarie di uno Stato Straniero”.

L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza tanto attento alla vicenda dei due Marò da confondere i due militari italiani con "contractors” di ditte private di sicurezza.
Il Ministro sottolinea, inoltre, la validità delloperato degli organi diplomatici italiani presenti sul posto. Una difesa dufficio più che condivisibile sul piano deontologico, ma non completamente su quello sostanziale.

Terzi ci dice " La consegna e la discesa a terra dei Marò sono avvenute nonostante un’opposizione fermamente opposta dalle nostre autorità diplomatiche e militari presenti sulla Lexie, mi riferisco al console generale Cutillo e all’intero team formato dall’ambasciatore a New Delhi, dall’addetto per la difesa e dagli esperti legali….” . Se opposizione cè stata non credo, però, che possa essere definita ferma, se non altro perché non risulta che i funzionari, nel rispetto della Costituzione italiana, si siano opposti energicamente allarresto di due cittadini italiani da parte di uno Stato che per il reato loro addebitato prevede la pena di morte, nonostante che fossero anche nella condizione di avvalersi dellimmunità diplomatica. Unopposizione che difficilmente la Polizia del Kerala avrebbe prevaricato senza il "placet” del Governo Centrale di Nuova Delhi, garante delle prerogative delle delegazioni diplomatiche, giusto quanto previsto dalle Convenzioni dellAia.

Quegli stessi rappresentanti diplomatici che, sembra di ricordare, allatto del primo interrogatorio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno assicurato loro la traduzione simultanea di un Vescovo cristiano locale, emotivamente coinvolto nei fatti, senza invece assegnare un interprete giurato ed accreditato presso lAmbasciata italiana.

Se fermezza, quindi, vi è stata non ha avuto poi grande successo ed è stata anche accompagnata da leggerezze procedurali che hanno consentito ad uno Stato non appartenente allAlleanza Atlantica di sequestrare, peraltro senza contraddittorio, larmamento, il munizionamento e lequipaggiamento di due militari di una Nazione della NATO.

Anche quanto relazionato sugli atti peritali compiuti lascia perplessi. Si parla di "è così che abbiamo ottenuto - e non senza molte discussioni e difficoltà - la partecipazione di due eccezionali esperti in questa materia, appartenenti all’Arma dei Carabinieri, quali osservatori qualificati delle operazioni concernenti questa perizia.”. Osservatori non significa periti di parte che abbiano partecipato alle indagini tecnico – scientifiche, ma persone che hanno solo potuto "guardare” le sommarie fasi iniziali senza poi essere coinvolti in quelli che potremmo definire "atti irripetibili”, come le analisi di reperti ed altro di importante che la storia processuale moderna ci indica come fondamentali.

Non si mette in dubbio che lItalia abbia tentato di coinvolgere Paesi alleati ed Organizzazioni internazionale come ci dice il Ministro. "Abbiamo avviato un’azione di sensibilizzazione a tutto campo e a tutti i livelli attraverso importanti Paesi amici e organizzazioni internazionali per trovare una soluzione concreta che consenta di riportare a casa i nostri uomini. Abbiamo interessato l’Unione europea e i Paesi membri più influenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, i Paesi a noi più vicini e più amici in Asia e nel Mediterraneo.” . Si constata però che i risultati ottenuti sono stati irrilevanti.

Leggendo, poi, che "…..abbiamo ottenuto anche un sostegno pubblico alla posizione italiana, espresso dalla stampa,….”, sembrerebbe che tutti i media nazionali ed internazionali abbiano parlato a fondo e con cadenza ciclica della vicenda dei due marò, esprimendo posizioni ben precise contro la disattenzione indiana nellapplicazione del Diritto internazionale. Non risulta, però, che ciò sia avvenuto. Piuttosto molte le critiche della stampa internazionale per liniziativa della Ferrari in occasione del Gran Premio di Nuova Delhi e molta attenzione nel riportare e commentare la una "frettolosa” dichiarazione alla stampa indiana del Sottosegretario agli Esteri De Mistura del 18 maggio 2012, "La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
Una ricostruzione quella del Sig. Ministro accurata, ma che invece di chiarire induce interrogativi di non poco conto in particolare su come sia stata fino ad ora regolato e gestito il concorso militare per azioni contro pirateria. Perplessità peraltro espresse in questi giorni anche dai vertici della Marina Militare ( Adnkronos 25 gennaio 2013, Caso maro’: Marina, vicenda pone ipoteca su tutela nostri militari in missione) e condivise da moltissimi italiani che da un anno si stanno impegnando come società civile a favore dei nostri due Marò.

Forse dopo un anno sarebbe auspicabile poter leggere qualcosa che evidenzi la volontà di considerare quanto accaduto una "Lesson Learned” da cui trarre spunti per il futuro e non proporre invece gli eventi in una cornice di perfezionismo esasperato che per taluni aspetti potrebbe anche offendere lintelligenza degli italiani.

di Fernando Termentini

Source by Fernando_Termentini


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