Costituzione e Sovranità Monetaria. Perché siamo immersi nel Caos!

MOVE

MOVE

MOVE

Sabato
11:37:33
Agosto
17 2019

Costituzione e Sovranità Monetaria. Perché siamo immersi nel Caos!

Il diritto costituito e tutelato.
Cosa è accaduto nel mondo reale, perché siamo immersi nel Caos!

View 7.6K

word 4.9K read time 24 minutes, 20 Seconds

Costituzione e Sovranità Monetaria. Perché siamo immersi nel Caos!

Il diritto costituito e tutelato.

Cosa è accaduto nel mondo reale, perché siamo immersi nel Caos!

Teniamo a mente questi articoli della costituzione Italiana 1, 3, 41, 42, 43 e 81

Ho visto il video del prof. Mauro Scardovelli e le mie mani si sono messe a scrivere senza sosta sulla tastiera del computer, ho voluto riportare in modo scritto alcune delle condizioni che il prof. ex docente di Diritto Costituzionale presso l'Università degli Studi di Genova Mauro Scardovelli, "attualmente psicoterapeuta, giurista, musicoterapeuta e trainer, fondatore dell'associazione Aleph Umanistica Biodinamica," ha ben spiegato nel video che potete vedere qui di seguito a fine articolo (1).

Parliamo di Sovranità monetaria (2)

In diritto costituzionale per sovranità si intende il diritto o potere da parte di un soggetto giuridico (tipicamente uno Stato) di emettere o stampare moneta in linea con le sue scelte di politica monetaria (la proprietà e/o la gestione del bene monetario e del soggetto delegato ad emettere/stampare moneta).

Quindi non si sta prendendo in esame moneta digitale o scritturale ma il diritto di uno stato al quale è stata tolta la sovranità monetaria, condizione che lo ha reso orfano e non etico verso i suoi cittadini, che a loro volta si sono ritrovati danneggiati.

Cosa ha creato il vero problema che stiamo vivendo oggi nell'economia reale? Teniamo a mente questa data: 12 Feb 1981.

Prima di leggere gli articoli di cui sopra "riportati integralmente e spiegati nella loro funzione e nel significato di seguito", metto un punto su una data che ha creato una scissione, ciò che definisco punto zero, punto che ha cambiato le sorti della sovranità monetaria dello stato Italiano.

Cosa è accaduto nel 1981 ?

Una lettera privata cambiò il nostro destino economico. «Abbiamo consegnato la nostra sovranità ai Mercati,» così spiega nel video Mauro Scardovelli. «I titoli del debito pubblico italiano detti Titoli di Stato, erano comprati dai cittadini italiani che poi con questi risparmi, compravano una casa, terreni o altro che il cittadino intendesse fare di quel fondo,» così come è previsto dalla costituzione. Tutto questo era garantito dai titoli emessi dallo stato e comprati dai cittadini che intendevano espandere le proprie ricchezze personali.

«Oggi lo Stato non ha più questa funzione, non può più avere i saldi dai cittadini. Prima del 1981 Lo stato aveva il potere costituzionale.»

Ora è tutto in mano a mercati, che ne decidono il destino, che sia pro o contro sopravvivenza, è diventato un fattore secondario, prevalendo in situazioni di già pericolo, il disastro accertato. Questo è un vero crimine verso l'individuo.

«Con l'acquisto di titoli di stato, lo stato creava un debito pubblico, ma era un debito interno tra stato e cittadino e un debito pubblico di questo tipo era la ricchezza vera e propria dei cittadini».

Questa condizione di debito pubblico, presente in uno stato costituzionale come quello Italiano, indicava che i cittadini avevano ricevuto dallo stato, più di quanto avevano pagato con le tasse, e lo stato di conseguenza creava nuova moneta.

Lo Stato come prerequisito, può stampare moneta e se tale potere non gli è conferito e quindi non può stampare moneta, lo STATO non esiste come tale. Se manca la sovranità monetaria, manca la sovranità dello stato. Una dinamica che si ripercuote su tutte le altre dinamiche che hanno come scopo la sopravvivenza del singolo cittadino e di tutto lo Stato.

L'autodeterminazione del cittadino è il modo con cui è possibile determinare il benessere di una comunità. Meno è presenta l'autodeterminazione dell'individuo in una società, maggiore è la condizione di aberrazione in quello Stato, condizione che darà luogo a una spirale discendente che produrrà maggior disagio, povertà e anche guerre, con un potenziale conseguente distruttivo di intere civiltà, se non si pone un freno a tali condizioni e si ripristina l'etica a tutela dell'individuo e quindi della famiglia, del gruppo, della società, dell'umanità intera, dinamiche pro-sopravvivenza che creino il maggior bene per il maggior numero di dinamiche. Se ciò venisse meno si da al via a un potere a un governo di polizia, dove l'etica verrà messa al disotto del codice morale e della giustizia e al disotto delle leggi di quello stato.

Cosa è accaduto nel Febbraio 1981, tanto da generare il cambiamento sovrano di un intero Stato:

Nino Galloni «Mi sono opposto alla moneta unica e al rialzo dei tassi di interesse Ma l'obiettivo era proprio penalizzare l`Italia a favore di Berlino»

di Alessandro Giorgiutti estratto (3) : È il 12 Febbraio del 1981. Il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, invia al governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera, con la quale lo solleva dall'obbligo di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste. La decisione, della quale il Parlamento viene tenuto all'oscuro, provoca un aumento dei tassi di interesse, perché da quel momento il Tesoro per piazzare le sue obbligazioni sul mercato deve renderle più convenienti. Secondo molti, è qui che si origina l'enorme debito pubblico italiano. Lo Stato si indebita non per finanziare investimenti, ma per pagare i costi, sempre più alti, del suo stesso debito: un circolo infernale. In quel 1981 Nino Galloni, figlio di Giovanni, politico Dc tra i più stretti collaboratori di Aldo Moro, non ha allora 30 anni ma guarda a quegli avvenimenti da un osservatorio privilegiato: da due anni è funzionario del ministero del Bilancio, dove ha conosciuto Andreatta prima che questi traslocasse al Tesoro. Ripercorrendo quelle vicende, Galloni, oggi membro del collegio dei sindaci dell`Inail, parla di "colpo di Stato".

Come si giustificò quella decisione?

«Le ragioni erano tre: anzitutto, dovevamo allinearci alle decisioni prese a livello internazionale; quindi dovevamo combattere la corruzione, togliendo alla classe politica "corrotta e clientelare" l'arma degli investimenti pubblici. Eppure grazie a quello strumento l'1talia si era trasformata da Paese agricolo in una delle più grandi manifatture del pianeta».

E la terza ragione?

«Me la rivelò lo stesso Andreatta, in un colloquio drammatico al ministero del Tesoro. Gli feci notare che molte piccole imprese, pur valide, avrebbero incontrato difficolta finanziarie, visto che il rialzo dei tassi avrebbe aumentato il costo del denaro chiesto in prestito alle banche. Mi rispose che l`obiettivo era proprio quello: distruggere le piccole aziende, troppe e inefficienti».

Con Andreatta non fu l'unica discussione.

«Gli contestai anche che il debito pubblico sarebbe salito, superando il Pil». E lui? «annuiva, ma poi diceva che le mie preoccupazioni erano esagerate. E invece, come poi s'è visto, erano anche troppo prudenti».

Ma il "divorzio" Tesoro-Bankitalia non contribuì ad abbassare l'inflazione, che nel 1980 era al 20%?

«Quella inflazione non era certo dovuta all'emissione di moneta da parte della Banca d'1talia, ma a fattori internazionali. Negli anni '70 gli Usa rinunciarono a usare le materie prime interne e usarono la loro moneta, che avevano sganciato dall'oro, per importarle. A quel punto, i Paesi produttori di petrolio aumentarono i prezzi».

Se e il mercato a fissare i tassi d'interesse del debito pubblico non premierà gli Stati virtuosi.

punendo i viziosi?

«Il mercato è uno strumento fondamentale, ma non si può considerarlo il supremo regolatoreLa realtà è che le grandi banche private si mettevano d'accordo tra loro per non comprare i titoli in asta, così da far crescere i tassi. Il bello è che nemmeno in Inghilterra le autorità monetarie esercitarono la loro autonomia in modo estremo come da noi: la Thatcher quando ne aveva bisogno riceveva sottobanco sterline stampate dalla Banca d'Inghilterra, che transitavano attraverso le partite invisibili della bilancia dei pagamenti. C'era un solo argomento fondato in favore del "divorzio"».

Stiamo indicando che una lettera ha cambiato il destino, quindi nulla che ha a che vedere con la costituzione, con le leggi che sono sotto la costituzione e non al di sopra di essa. Infatti un Giudice prima di poter applicare una legge che ha funzione di norma che applica la giustizia e non l'etica verso l'individuo, gruppo, società ecc., deve applicare la costituzione e devo farlo secondo il principio etico.

Conclusione

La legge essendo un insieme di norme a tutela dell'individuo e del gruppo, deve seguire l'etica, la morale e la giustizia. Quindi uno Stato che viene meno al principio della pro-sopravvivenza e laddove ci sono individui o gruppi che non seguono il buon senso e il buon senso deve fare appello all'etica più che alle norme sulla morale di quella condizione specifica; deve rientrare sulle proprie linee etiche, risolvere la condizione dell'individuo garantendo la sopravvivenza dello stesso, rendendo l'individuo capace di apprendere i benefici e le regole costitutive dello Stato, secondo il principio etico pro-sopravvivenza. ricordiamo che un governo che incoraggi attivamente l'inflazione e la crei fino al punto in cui una depressione è una minaccia concreta per gli individui appartenenti a questa società è, a dir poco, un'azione di non-sopravvivenza.

TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE PUBBLICHE IN PRIVATE estratto (4)

Con la l. 30.7.1990 n. 218, nota come legge Amato-Carli, e con il d.lg. 20.11.1990 n. 356, si è inteso determinare una profonda trasformazione nel sistema delle banche pubbliche italiane, perseguendo lo scopo di affidare la gestione bancaria non più a enti pubblici con capitale o fondo di dotazione detenuto totalmente, o a maggioranza, dallo Stato, ma a società per azioni di diritto privato e favorendo la concentrazione degli istituti bancari, con la costituzione di gruppi ispirati al modello del gruppo creditizio polifunzionale. A differenza di quanto è stato attuato successivamente, nel 1992, con la privatizzazione degli enti di gestione delle partecipazioni statali, la legge Amato non ha trasformato direttamente gli enti pubblici in società per azioni, né ha attribuito a Organi pubblici il potere di realizzare coattivamente trasformazioni e concentrazioni: essa lascia viceversa liberi gli enti pubblici creditizi di chiedere un'autorizzazione alla Banca d'Italia e al ministro del Tesoro per trasformare l'ente pubblico in società per azioni, favorendo tale processo con la moral suasion e l'incentivo fiscale i cui termini di applicazione, originariamente di due anni, sono stati ripetutamente prorogati con successivi provvedimenti normativi. Nel caso in cui il fondo di dotazione dell'ente sia stato conferito da più soggetti pubblici, si può attuare una trasformazione del conferimento in partecipazione azionaria, che attribuisce al nuovo soggetto la possibilità di finanziarsi sul mercato mediante gli strumenti di diritto comune delle società per azioni (con le limitazioni peraltro previste nel decreto di attuazione). La trasformazione, per sua natura, è stata perciò adottata dagli enti aventi il fondo di dotazione a composizione associativa, quali appunto gli istituti di credito speciale di natura pubblica. Gli enti invece con struttura di fondazione hanno potuto accedere esclusivamente al diverso processo di ristrutturazione consistente nel conferimento dell'azienda (v. società bancarie derivanti da rìstrutturazioni di enti pubblici creditizi). Già all'entrata in vigore del TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) quasi tutti gli istituti di credito speciale avevano proceduto alla trasformazione diretta in società per azioni. Con riferimento, in particolare, al Mediocredito centrale e all'Artigiancassa, è stata predisposta una disciplina speciale delle società derivate appuntodal procedimento di trasformazione, soprattutto per garantire il perseguimento degli obiettivi originari di tutela delle piccole e medie imprese e delle imprese artigiane. Le modalità della trasformazione degli enti creditizi possono dare luogo anche ad operazioni di fusione, regolate in via speciale dal decreto di attuazione, che possono altresì portare alla formazione dei già citati gruppi creditizi polifunzionali, rispetto ai quali l'ente pubblico conferente si porrebbe come holding o capogruppo. Il d. 356/90 disciplinava molto rigorosamente la dismissione del controllo pubblico: si stabiliva anzi che la maggioranza delle azioni con diritto di voto nell'assemblea ordinaria dovesse appartenere, direttamente o indirettamente, a enti pubblici. Con l.30.7.1994 n. 474 e, poi, con una direttiva del ministro del Tesoro concernente le fondazioni bancarie(v.fondazione di origine bancaria), tale regola è invece venuta meno, pur prevedendosi che resta attribuita allo Stato e ad altri enti pubblici la nomina di almeno un amministratore (o di un numero di amministratori non superiore a un quarto dei membri del consiglio) delle società per azioni soggette ad operazioni di dismissione da parte degli enti pubblici medesimi. Tali amministratori conservano il diritto di veto per talune delibere di particolare importanza, quali lo scioglimento della società, il trasferimento dell'azienda, fusioni, scissioni ecc. Le società bancarie che sono sorte dalle operazioni di trasformazione succedono nei diritti, nelle attribuzioni e nelle situazioni giuridiche dei quali gli enti originari erano titolari. Gli enti creditizi che, in passato, abbiano già emesso titoli di partecipazione al capitale, devono convertirle in azioni ordinarie, salva la facoltà, per i portatori di quote di risparmio partecipativo di optare per la conversione, anche parziale, in quote di risparmio partecipativo. I termini e le condizioni di attribuzione alle nuove società delle disponibilità di pertinenza del patrimonio degli enti originari, oltre che la fissazione del rapporto di cambio relativo all'imputazione dei titoli di partecipazione al capitale delle nuove società vengono approvati con decreto del ministro del Tesoro, sentite la Banca d'Italia e la Consob.

ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE (5)

Articolo 1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Che cosa significa? Il primo articolo della Costituzione definisce innanzitutto la forma dello Stato: l'Italia è una repubblica e non una monarchia, com'era invece stata dall'Unità (nel 1861) fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1946 un referendum sulla forma dello Stato fu vinto infatti dai sostenitori della repubblica e la famiglia reale, i Savoia, abbandonò l'Italia.

Dato che l'Italia è una Repubblica democratica, la sovranità, ossia il potere fondamentale dello Stato, quello da cui derivano tutti gli altri, appartiene agli stessi Italiani. Come si esercita? Su questo tema la Costituzione rimanda ad altri articoli che riguardano in particolare la formazione del Parlamento, l'esercizio del diritto di voto e il referendum.

Un passaggio del primo articolo può sorprendere: "fondata sul lavoro". Per comprenderne il senso, è opportuno sapere che, all'epoca della Costituente, comunisti e socialisti avrebbero voluto usare l'espressione "dei lavoratori"; prevalse però l'attuale formulazione la quale, secondo la maggioranza dei Costituenti, evitava di conferire all'articolo un carattere classista perché la parola "lavoro" indicava tanto le attività manuali quanto quelle intellettuali.

Ma perché...? Il primo articolo della Costituzione dà indubbiamente rilievo al tema del lavoro. Proviamo a chiederci perché. Il lavoro è il mezzo con cui la gran parte delle persone si guadagna da vivere e quindi ha una funzione strumentale. Il lavoro però fornisce anche una definizione sociale della persona (per esempio "sono un meccanico", "sono un impiegato", "sono un medico"). Il lavoro, inoltre, impegna buona parte della giornata ed è un'attività in cui si immette qualche cosa di se stessi. Questo è evidente in un'attività intellettuale o artistica, ma vale anche per i lavori manuali e persino per lavori ripetitivi (pensate ai diversi modi in cui un barista può servire il caffè ai clienti: facendo una battuta, sorridendo, ignorandoli…).

Dire che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro equivale ad ammettere l'importanza di tutti questi aspetti e a impegnarsi affinché il lavoro sia tutelato e promosso, soprattutto in periodi di crisi. È un impegno ricordato dal Capo dello Stato Napolitano, secondo il quale in questo primo articolo "c'è un principio regolatore cui si devono uniformare tutti gli attori sociali e le rappresentanze politiche" (www.corriere.it, 30 maggio 2013, da un'intervista al Tg5).

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Che cosa significa? L'articolo assume il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come un diritto fondamentale. L'uguaglianza è innanzitutto un'uguaglianza formale, cioè l'uguaglianza di fronte alla legge: per esempio che un cittadino sia cattolico, ebreo, musulmano o ateo, per la legge non cambia nulla e i suoi diritti restano i medesimi. L'art. 3 indica quali sono le differenze che non incidono sull'uguaglianza perché ciascuna di esse è stata in passato una ragione di discriminazione: basti pensare al fatto che le donne per secoli non hanno avuto gli stessi diritti degli uomini.

La seconda parte dell'articolo, però, assegna alla Repubblica il compito di favorire l'uguaglianza sostanziale, ossia l'uguaglianza effettiva: la povertà, la provenienza da un ambiente degradato, la scarsa istruzione ecc. sono fattori che possono determinare tra i cittadini una disuguaglianza tale da impedire l'esercizio dei diritti fondamentali.

Ma perché...? Il principio di uguaglianza è molto radicato nella nostra società, anche se periodicamente episodi di razzismo e di intolleranza sembrano metterlo in discussione. Secondo questo principio gli uomini sono uguali per natura, non nel senso che sono identici come se fossero fotocopie o che devono diventarlo, ma nel senso che hanno gli stessi diritti. Razza, sesso, opinioni politiche ecc. determinano importanti differenze tra i cittadini, ma non tali da rendere alcuni superiori e altri inferiori dal punto di vista dei diritti. Fanno parte delle loro caratteristiche naturali (come il sesso), culturali (come la lingua) o personali (come le opinioni politiche). Conoscere e frequentare persone diverse da noi arricchisce la nostra conoscenza del mondo, aiuta a modificare o a consolidare le nostre opinioni. In una società democratica la diversità non è solo un dato di fatto, ma una caratteristica essenziale, senza la quale la democrazia si trasformerebbe (come è avvenuto in passato) in un regime.

Articolo 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge [cfr. artt. 19, 20].

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Che cosa significa? Insieme all'art. 7, questo articolo regola la professione della religione in Italia; mentre tuttavia l'art. 7 si riferisce al solo cattolicesimo, data la sua rilevanza nella storia e nella società italiana, l'art. 8 si riferisce a tutte le altre confessioni ed esprime il principio del pluralismo religioso. In realtà, fino a quando nel 1984 il cattolicesimo non ha cessato di essere religione di Stato, questo principio era negato nei fatti.

Occorre prestare attenzione alla formulazione adottata dall'articolo: le religioni sono egualmente libere, a patto di rispettare la legge italiana, ma sono necessarie intese per regolare i loro rapporti con lo Stato. Lo Stato non riconosce quindi religioni "personali" o di gruppi che non dialogano con lo Stato. Sul contenuto dell'art. 8 si è espressa però la Corte costituzionale nel 1993: non è legittimo discriminare una religione, perché tutte le religioni rappresentano i bisogni religiosi di chi le pratica.

Ma perché...? Sulla base di questo articolo tutte le confessioni religiose possono essere professate in Italia. L'unico limite è rappresentato dal rispetto della legge italiana: quindi, per ipotesi, gli Aztechi, un'antica popolazione dell'America centrale, non potrebbero celebrare i loro riti religiosi perché essi implicano i sacrifici umani. Tuttavia, anche all'interno di questo vincolo, l'ordinamento italiano non ha ancora eliminato le disparità, perché distingue gerarchicamente fra la Chiesa cattolica, le confessioni dotate di intesa (Tavola valdese, Unione comunità ebraiche…), le confessioni riconosciute dalla legislazione sui culti ammessi (lo Stato riconosce circa 100 culti quali, per esempio, la Comunità greco-orientale ortodossa, la Comunità di fedeli di rito armeno gregoriano, la Chiesa evangelica luterana…) e quelle prive di riconoscimento (Chiese di Cristo, Chiesa cristiana millenarista, Chiesa cattolica apostolica…).

Articolo 41

L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali [cfr. art. 43].

Che cosa significa? L'art. 41 delinea un modello di economia mista, in cui l'iniziativa privata convive con quella pubblica: lo Stato, cioè, non si limita a individuare i limiti entro i quali può muoversi l'iniziativa privata, ma opera anche come proprietario o gestore di aziende.

La formulazione indeterminata dell'art. 41 ha dato luogo a numerose controversie interpretative, che hanno riguardato il rapporto tra l'enunciazione del principio "l'iniziativa economica privata è libera" e le indicazioni contenute nel secondo e nel terzo comma, che sono delle disposizioni di carattere limitante. Ma qual è il significato da attribuire alle espressioni "utilità sociale" e "fini sociali"? E qual è la "posizione costituzionale" del testo? Quella di garantire solamente la "libertà di iniziativa economica privata" oppure quella di stabilire una "norma generale" sull'attività economica? Come sappiamo, la Costituzione è nata da un incontro tra idee politiche e impostazioni economiche molto diverse: questa difficoltà interpretativa dell'articolo ne è forse la testimonianza.

Ma perché...? Per molti decenni in Italia, al pari che in altri Stati europei, sono esistite aziende di Stato, società pubbliche ecc.; in una certa misura esse esistono ancora anche se, a partire dagli anni Novanta, il ruolo dello Stato e degli enti locali (Regioni, Province e Comuni) nell'economia si è andato ridimensionando in seguito a un programma di privatizzazioni mediante il quale numerose società controllate dallo Stato sono state cedute ai privati. Spesso la ragione di tale scelta è stata il costo eccessivo e la scarsa redditività delle aziende; l'esistenza di aziende pubbliche falsava inoltre il libero mercato, perché lo Stato era nella duplice situazione di essere un proprietario di aziende ma anche il legislatore.

Va notato che in Italia si è fatta più consistente l'influenza del pensiero liberista, secondo il quale lo Stato non deve avere un ruolo attivo nell'economia, ossia non deve svolgere attività economiche, ma deve lasciare spazio al libero mercato ponendosi unicamente come tutore delle regole.

Articolo 42

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti [cfr. artt. 44, 47 c. 2].

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Che cosa significa? Questo articolo è dedicato alla proprietà: dopo aver riconosciuto l'esistenza di due tipologie di proprietà, quella pubblica e quella privata, concentra l'attenzione su quest'ultima. La proprietà privata è "riconosciuta e garantita dalla legge", ma l'interesse privato è subordinato all'interesse della collettività: lo Stato può infatti decidere la destinazione a uso pubblico di un bene privato attraverso l'espropriazione, alla quale corrisponde un indennizzo, cioè il versamento di una somma di denaro che compensa il proprietario della perdita del bene.

Più in generale lo Stato detiene in una certa misura il potere di controllare la proprietà privata, come nel caso dell'eredità: una persona non può decidere completamente a chi destinare i propri beni, ma deve rispettare le leggi (ad es., una certa parte dei beni spetta necessariamente alla moglie e ai figli).

Ma perché...? Talvolta la proprietà privata di un cittadino può essere di ostacolo alla realizzazione di un'opera pubblica: in questo caso lo Stato decide di intervenire attraverso lo strumento dell'espropriazione. Non si tratta di un atto arbitrario con il quale lo Stato sottrae a una persona i propri beni: l'esproprio ha una finalità sociale ed è accompagnato da un indennizzo; per esempio, nel caso della costruzione di una strada o di una tratta ferroviaria, che sono opere di interesse pubblico, lo Stato può intervenire per acquisire gli appezzamenti di terra su cui la strada o la ferrovia sono destinate a passare, con l'indennizzo previsto dalla legge. La Corte costituzionale ha affermato che i criteri riguardanti aree edificabili, vale a dire quelle su cui possono sorgere abitazioni e altri edifici, devono basarsi sul loro valore di mercato e non su un prezzo stabilito in modo astratto.

Articolo 43

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Che cosa significa? L'articolo si occupa della collettivizzazione delle imprese, ovvero del trasferimento della proprietà e della gestione di un'azienda a una collettività o a un ente pubblico. La proprietà può essere trasferita allo Stato ("statizzazione"), a una Regione ("regionalizzazione") o a un Comune ("municipalizzazione"), oppure a un ente pubblico ("nazionalizzazione") o a una comunità di lavoratori ("socializzazione").

Il trasferimento di proprietà è soggetto al rispetto di tre condizioni: deve avere un fine di utilità generale (ad es. quello di impedire che i privati possano esercitare la propria influenza su interi settori economici), deve avere un carattere di preminente interesse generale (ad es. può riguardare imprese che operano nei servizi pubblici essenziali, nel settore energetico e in regime di monopolio) e deve dare un indennizzo per i trasferimenti che avvengono mediante l'espropriazione. Circa l'indennizzo, la giurisprudenza sostiene che deve essere effettivo, ma anche che può non equivalere al valore del bene espropriato.

Ma perché...? Con questo articolo lo Stato o gli enti locali possono rendere pubbliche le aziende e le attività che per qualche ragione risultano strategiche e di interesse generale. In passato, il passaggio dalla gestione privata a quella pubblica è stato un modo per unificare le reti ferroviarie, per creare un sistema integrato di produzione e distribuzione dell'energia, per rilanciare settori produttivi ecc.; oggi è in corso invece la tendenza opposta, ossia la privatizzazione dei beni e delle aziende pubbliche. La collettivizzazione rispondeva all'esigenza dello Stato di controllare i settori fondamentali della vita di un Paese; la privatizzazione risponde invece alla logica della produttività: si ritiene che in mani private un'azienda venga gestita meglio, sia più efficiente e realizzi maggiori guadagni.

In molti campi lo Stato ha detenuto per anni il monopolio, ossia era l'unico soggetto a gestire un certo tipo di attività. Tra i vari casi, i più noti sono quelli delle telecomunicazioni: qualche decennio fa esisteva solo la Sip, mentre oggi esistono varie società con cui si possono sottoscrivere abbonamenti telefonici.

Articolo 81

Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.

L'esercito provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.

Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.

Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.

Che cosa significa? L'articolo affronta uno dei temi più delicati della politica, quello delle spese dello Stato. Se l'attività finanziaria è una prerogativa del Governo, il Parlamento ha però il compito di controllare la gestione delle risorse pubbliche: come se fosse un'azienda, lo Stato deve infatti presentare un bilancio, ossia un rendiconto delle spese e delle entrate, che deve essere approvato.

Norme successive hanno stabilito che il Governo deve presentare a ciascuna Camera, per l'approvazione, un documento di programmazione economica e finanziaria (D.P.E.F.), nel quale indicare gli obiettivi economici prefissati: previsione delle entrate e delle spese, criteri per la formazione dei bilanci annuale e pluriennale ecc.

Fondamentale è inoltre la legge finanziaria, una legge ordinaria che rappresenta (insieme alla legge di bilancio) il principale strumento per disciplinare la vita economica della Repubblica.

Ma perché...? Il Parlamento non può decidere tutto ciò che vuole in materia economica: tra i vari vincoli, è importante segnalarne uno di cui si sente parlare spesso negli ultimi anni. Dopo l'approvazione del trattato di Maastricht, in vigore dal 1993, i bilanci dello Stato devono rispettare i parametri indicati dall'Unione Europea: il disavanzo pubblico, cioè le spese non coperte, non deve superare il 3% del P.I.L., il prodotto interno lordo; il debito pubblico non può essere superiore al 60% del P.I.L.; l'inflazione, cioè la misura del costante aumento dei prezzi, non può eccedere di oltre l'1,5% il tasso medio calcolato sui tre Paesi con l'inflazione più bassa.

Ma in questo modo non viene meno la sovranità del Parlamento, che è limitata da un'istituzione diversa? In effetti sì, ma l'Italia ha aderito consapevolmente al trattato di Maastricht, con i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano.

1) Prof. Mauro Scadrovelli Sovranità Emozionale

2) https://it.wikiped...ovranità_monetaria

Link diretto: https://www.youtub...watch?v=Fp4fKohN8pg

3) https://www.lsnn.n...-ciampi-lettere.pdf , - https://interestin...stro-e-cosi-mi.html

4) http://www.bankped...le-banche-pubbliche

5) Tutti gli articoli della costituzione: https://www.senato.it/1024; https://ms-mms.hub...mmentata/index.html


Potrebbe essere di tuo interesse quanto segue
MONETA SCRITTURALE LA SOLUZIONE

Leggi questo articolo e guarda il video

Moneta Lettera ai potenti della Terra - Valerio Malvezzi
http://www.ladysilvia.com/it/ladysilvia/27518/economy/0/

IL DENARO È SEMPRE SCRITTURALE -"Si potrebbe quindi sostenere che il denaro è sempre scritturale e che il denaro è intrinsecamente una unità di conto. La valuta, sotto forma di monete, banconote o altri oggetti fisici, può essere vista come manifestazione fisica dell'unità di conto. La valuta fisica sarebbe quindi solo un'altro modo per mantenere i conti, una forma più tangibile di contabilità." - Banca centrale della Finlandia, The Great Illusion of Cryptocurrencies, 2018, pag. 6 - cit. Marco Saba

UBI - REDDITO UNIVERSALE INCONDIZIONATO
Nel caso tu non abbia ancora aderito,
di seguito ti indico ciò che sta succedendo nel mondo

GUARDA I TUTORIAL BREVI
https://www.youtube.com/playlist?list=PLDdmlQ0723d3At08nnOVv14_lBKMOthZD

APRI IL TUO WALLET QUI
https://secure.equacoin.cash

RICHIEDI REDDITO UNIVERSALE
https://secure.equacoin.cash/module/eur_ita.html

puoi usare questo codice come referente
3PRDjCnjxw8bGXjkzbYMr63Un89snL74n6L

COMPRA E VENDI
https://secure.equacoin.cash/italy/

GRUPPO SU TELEGRAM
https://t.me/EQUACOINREDDITOUNIVERSALE

Source by Silvia Michela Carrassi


LSNN is an independent publisher that relies on reader support. We disclose the reality of the facts, after careful observations of the contents rigorously taken from direct sources. LSNN is the longest-lived portal in the world, thanks to the commitment we dedicate to the promotion of authors and the value given to important topics such as ideas, human rights, art, creativity, the environment, entertainment, Welfare, Minori, on the side of freedom of expression in the world «make us a team» and we want you to know that you are precious!

Dissemination* is the key to our success, and we've been doing it well since 1999. Transparent communication and targeted action have been the pillars of our success. Effective communication, action aimed at exclusive promotion, has made artists, ideas and important projects take off. Our commitment to maintain LSNN is enormous and your contribution is crucial, to continue growing together as a true team. Exclusive and valuable contents are our daily bread. Let us know you are with us! This is the wallet to contribute.

*Dissemination is the process of making scientific and technical information accessible to a non-specialist public. This can come through various forms, such as books, articles, lectures, television programs and science shows.


Similar Articles / Costituz...nel Caos!