In questo Paese tutti ignorano il diritto: O ti vaccini o ti licenzio. 'È reato di estorsione all’articolo 629 codice penale'

Martedì
16:45:26
Agosto
03 2021

In questo Paese tutti ignorano il diritto: O ti vaccini o ti licenzio. 'È reato di estorsione all’articolo 629 codice penale'

FOTO © CORRIERE FIORENTINO 2 NOV 2018

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In queste ore sta girando un documento che rimette nel presente il diritto costituzionale; a farlo è il il prof. **Beniamino Deidda, direttore della Scuola di Magistratura .

Tema: Vaccini, Licenziamento e Lavoro, il motivo di tale chiarimento "dovuto..." è relativo al fatto generalizzato ma reale che: In questo Paese tutti ignorano il diritto. Quindi abbiamo pensato di chiarire quanto sia fondantale questa comunicazione.

Qui di seguito con tutti gli opportuni riferimenti a leggi e sentenze, segue il nostro lavoro redazionale che mette in luce questa violazione dei diritti umani e in contrasto con le leggi citate dal prof. Deidda in tema di Vaccini, Licenziamento e Lavoro.

Il prof. Beniamino Deidda. si riferisce all'ambiente lavorativo, ma ciò che riferisce è estendibile ad esempio anche alle scuole e a molte altre situazioni in cui tali diritti vengono violati. Riportiamo anche una sua biografia, a valore della grande professionalità del professore.


“In questo Paese tutti ignorano il diritto”.

“O ti vaccini o ti licenzio”. È reato di estorsione all’articolo 629[1**] codice penale

Il Corpo Umano; il Proprio Corpo, è INVIOLABILE e la Salute Personale NON è SACRIFICABILE a Tutela della Salute PUBBLICA. Esiste una Sentenza a riguardo: [2**] CORTE Costituzionale - Sentenza 308/1990 -“Non è permesso il sacrificio della salute individuale a vantaggio di quella collettiva. - Ciò significa che è sempre fatto salvo il diritto individuale alla salute, anche di fronte al generico interesse collettivo”.

[3** ]Norimberga 1945: “La somministrazione di farmaci (i vaccini lo sono) contro la volontà del soggetto è un crimine contro l’umanità”.

Oviedo 2000: “un trattamento sanitario (quale è il vaccino) può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio[ 4**] consenso libero e informato”.

Art. 32 della Costituzione. “… [5**] nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Tribunale di Roma, sezione 6° civile, nella ordinanza n. 45986/2020 R.G. del 16 dicembre 2020

DICHIARA ILLEGITTIMI TUTTI I DPCM a partire dal 31-01.2020. Dichiara illegittimo tale stato di emergenza nel metodo e nel merito e dichiara, dunque, nullificabili TUTTI gli atti da essi scaturiti”.


** Due dati su Beniamino Deidda

Beniamino Deidda è entrato in magistratura nel 1963 ed ha svolto la sua attività prevalentemente a Firenze dove è stato per molti anni Pretore, poi giudice per le indagini preliminari, per sei anni Procuratore della Repubblica Aggiunto presso la Pretura. Dal 1998 ha ricoperto le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato. Nel luglio 2005 è stato nominato Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trieste.

I suoi prevalenti interessi si sono rivolti al diritto penale e costituzionale.
Nel febbraio del 2009 viene nominato Procuratore Generale di Firenze.
Attualmente è Componente del comitato direttivo della Scuola Superiore della Magistratura.

  1. E’ autore di vari saggi e articoli su vari temi di diritto costituzionale e penale, tra i quali si ricordano: “Un problema dibattuto: elemento psicologico e buona fede nelle contravvenzioni”, in Giustizia Penale 1967, II, 103
  2. Autore del libro: La responsabilità penale del medico del lavoro - 1 febbraio 2015 - di Beniamino Deidda e Lisa Monni
Beniamino Deidda è entrato in magistratura nel 1963 ed ha svolto la sua attività prevalentemente a Firenze dove è stato per molti anni Pretore, poi Giudice per le indagini preliminari e, dal 1993 per sei anni, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso la Pretura di Firenze. Nel 1998 è stato nominato Procuratore della Repubblica di Prato, funzione che ha mantenuto fino al 2005, quando è stato nominato Procuratore Generale di Trieste. Dall’inizio del 2009 è stato Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze fino al pensionamento.

Fin dall’inizio della sua attività il Dott. Deidda si è occupato di svariati temi tutti attinenti al diritto penale e di alcuni aspetti della vita sociale e civile che non avevano avuto molti precedenti nella giurisprudenza. Oggetto di molti interventi sono stati anche i reati ambientali: si ricorda in proposito il processo penale da lui avviato nei primi anni ‘90 per l’inquinamento del fiume Arno.

Durante gli anni ’80 si è occupato degli aspetti penali relativi all’esistenza delle barriere architettoniche nelle città ed è stato estensore della prima sentenza di condanna pronunziata nei confronti dei sindaci che avevano omesso di redigere il piano di eliminazione delle barriere architettoniche nei loro Comuni. La sentenza è pubblicata in:
  • “Archivio penale, 1990”.
Nella medesima materia si veda anche:
  • B. Deidda “Libertà e disabilità, la tutela dei diritti delle persone per i soggetti più deboli”, in Quaderni della Regione Toscana, Firenze aprile 2002.

Dal 1979 il Dott. Deidda si è occupato dei reati in materia di igiene e sicurezza del lavoro e in special modo di infortuni e malattie professionali. Nel 1983 è stato istruito il primo processo in Italia in materia di amianto nelle carrozze ferroviarie, durato molti anni e conclusosi con la bonifica e scoibentazione di tutte le carrozze ferroviarie del parco FS. L’esperienza pratese con le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato. durata sette anni, è stata molto intensa ed ha riguardato episodi penalmente rilevanti della vita sociale e civile. In particolare sono stati affrontati i fenomeni legati all’immigrazione cinese, che a Prato certamente tocca le punte più rilevanti in Italia, soprattutto per quanto riguarda i risvolti economici e dello sfruttamento della manodopera.

Nel periodo triestino, durante il quale ha svolto funzioni di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trieste. si è dovuto occupare dei numerosi attentati terroristici compiuti da autore finora ignoto nominato Una bomber in difficili indagini collegate con la Procura Generale di Venezia.

Ha dovuto affrontare poi il rilevante fenomeno delle malattie professionali legate all’esposizione all’amianto nei cantieri navali di Trieste e Monfalcone. Nella sua veste di Procuratore Generale ha dovuto avocare a sé un complesso procedimento per 42 morti di lavoratori esposti ad amianto negli anni dal 1965 al 1985, procedimento che si è concluso con il rinvio a giudizio di circa 15 dirigenti della Società Fincantieri e la condanna degli imputati da parte del Tribunale di Gorizia nel 2013.

Poco prima della conclusione del suo incarico si è occupato della difficile vicenda di Eluana Englaro consentendo l’esecuzione della pronunzia della Cassazione relativa al diritto di rifiutare le cure e la nutrizione.

Dopo oltre tre anni di permanenza in Friuli Venezia Giulia, nel settembre 2008 è stato nominato Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze, , incarico che ha mantenuto per circa quattro anni. In questo periodo sono state numerose le iniziative di avocazione delle indagini specie in materia di salute e sicurezza dei lavoratori.

Si ricordano inoltre l’elaborazione di numerosi protocolli diretti a rendere più efficace ed omogenea l’azione penale da parte delle Procure toscane. Si segnala il protocollo in materia di reati contro i soggetti deboli, che ha visto la partecipazione di tutti gli uffici giudiziari delle forze dell’ordine delle Asl e dei servizi sociali.

Di pari rilievo il protocollo sulla gestione delle indagini in materia di infortuni e malattie professionali che ha visto il coinvolgmento dei tutte le procure toscane, di tutte le ASL dell’INAIL e della Regione Toscana.

1**) https://www.gazzet...6&art.progressivo=0 - https://www.gazzet...0&art.progressivo=0


2**) Sentenza 307/1990 (ECLI:IT:COST:1990:307)

Giudizio: GIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALE

Presidente: SAJA - Redattore:

Camera di Consiglio del 31/01/1990; Decisione del 14/06/1990

Deposito del 22/06/1990; Pubblicazione in G. U. 27/06/1990 n. 26

SENTENZA 14-22 GIUGNO 1990 - LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: dott. Francesco SAJA; Giudici: prof. Giovanni CONSO, prof. Ettore GALLO, dott. Aldo CORASANITI, prof. Giuseppe BORZELLINO, dott. Francesco GRECO, prof. Renato DELL'ANDRO, prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Francesco Paolo CASAVOLA, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Enzo CHELI;

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 3 della legge 4 febbraio 1966, n. 51 (Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica), promosso con ordinanza emessa il 23 febbraio 1989 dal Tribunale di Milano nel procedimento civile vertente tra Oprandi Iside e il Ministero della Sanità, iscritta al n. 461 del registro ordinanze 1989 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42 prima serie speciale dell'anno 1989;

Udito nella camera di consiglio del 31 gennaio 1990 il giudice relatore Aldo Corasaniti;

Ritenuto in fatto

1. - Oprandi Iside conveniva innanzi al Tribunale di Milano il Ministero della sanità per ottenere il risarcimento del danno derivatole da poliomelite contratta per contatto con il figlio Davide, sottoposto a vaccinazione obbligatoria antipoliomielitica, lamentando che gli organi sanitari, in tale occasione, non l'avevano messa al corrente del pericolo né istruita su particolari cautele da osservare nel contatto con feci e muco del bambino vaccinato, da lei personalmente accudito.

Espletata consulenza tecnica - che confermava l'eziologia della forma morbosa contratta dall' attrice -, il Tribunale, con ordinanza emessa il 23 febbraio 1989, sollevava questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 32 della Costituzione, della legge 4 febbraio 1966 n. 51 (Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica) con particolare riguardo agli artt. 1, 2 e 3, in quanto non prevedono un sistema di indennizzo e/o di provvidenze precauzionali e/o assistenziali per i danni all'integrità fisica conseguenti alla vaccinazione.

Osserva il giudice a quo che nel caso in esame non sarebbe ravvisabile responsabilità della Pubblica Amministrazione ai sensi dell'art. 2043 c.c., neppure sotto il profilo dell'omessa adozione di sistemi precauzionali incentrati su comunicazioni diffuse - difficilmente conciliabili d'altronde con i fini della vaccinazione obbligatoria, essendo, allo stato delle conoscenze, percentualmente minimo il rischio del contagio.

Esclusa, quindi, la responsabilità da fatto illecito, osserva il Tribunale che non è neppur configurabile, nella specie, una responsabilità della P.A. per atti legittimi, poiché la previsione del ristoro indennitario del diritto soggettivo del singolo, sacrificato nel perseguimento del pubblico interesse, è eccezionale e tassativa, e non è contemplata da alcuna specifica disposizione in riferimento alla lesione dell'integrità fisica, come invece avviene per la lesione del diritto di proprietà, ex art. 46 della legge 25 giugno 1865 n. 2359.

Osserva peraltro il giudice a quo che l'art. 32 della Costituzione tutela la salute non solo come interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto primario ed assoluto del singolo (Corte cost. n. 88/1979), e che siffatta tutela si realizza nella duplice direzione di apprestare misure di prevenzione e di assicurare cure gratuite agli indigenti, anche mediante intervento solidaristico (Corte cost. n. 202/1981). Laddove, quindi, manchino del tutto provvidenze del genere, né sia dato ricorrere a forme risarcitorie alternative, la garanzia costituzionale di tutela dell'integrità fisica della persona risulta vanificata. Ed in particolare ciò avviene nel caso in esame, nel quale tale fondamentale diritto dell'individuo può essere sacrificato in conseguenza dell'esercizio da parte dello Stato di attività legittima a favore della collettività (trattamento vaccinale obbligatorio), senza previsione di un compenso equivalente, od altro equipollente proporzionato al sacrificio eventualmente occorso al singolo nell'adempimento di un obbligo imposto nell'interesse della sanità pubblica. Al riguardo, infatti, nessuna previsione in tal senso è contenuta nella legge n. 51 del 1966.

2. - Non vi è stata costituzione di parti private né ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri.

Considerato in diritto

1. - L'ordinanza di rimessione ha messo in dubbio la legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 32 della Costituzione, della legge 4 febbraio 1966, n. 51 (Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica) con particolare riguardo agli artt. 1, 2 e 3.

La normativa è impugnata in quanto - mentre pone l'obbligo della vaccinazione antipoliomielitica per i bambini entro il primo anno di età, considerando responsabile (anche penalmente) dell'osservanza dell'obbligo l'esercente la patria potestà (oggi la potestà genitoriale) o la tutela sul bambino (o il direttore dell'Istituto di pubblica assistenza in cui il bambino è ricoverato, o la persona cui il bambino sia stato affidato da un Istituto di pubblica assistenza), e attribuendo al Ministero della sanità il compito di provvedere a proprie spese all'acquisto e alla distribuzione del vaccino - "non prevede un sistema di indennizzo e/o di provvidenze precauzionali e/o assistenziali per gli incidenti vaccinali".

Nel corso di un giudizio civile intentato nei confronti del Ministro della sanità in relazione ai danni riportati da una madre per avere contratto la poliomielite, con paralisi spinale persistente, in quanto a lei trasmessa per contagio dal figlio, sottoposto a vaccinazione obbligatoria antipoliomielitica, il giudice a quo, considerato che non sembravano ricorrere estremi di responsabilità ai sensi dell'art. 2043 c.c., ha prospettato il possibile contrasto della denunciata carenza di previsione di rimedi come quelli suindicati per l'evenienza di lesioni derivanti da un trattamento sanitario obbligatorio, da parte della norma che lo introduce, con il principio, espresso nell'art. 32 della Costituzione, della piena tutela dell'integrità fisica dell'individuo.

2. - La questione è fondata.

La vaccinazione antipoliomielitica per bambini entro il primo anno di vita, come regolata dalla norma denunciata, che ne fa obbligo ai genitori, ai tutori o agli affidatari, comminando agli obbligati l'ammenda per il caso di inosservanza, costituisce uno di quei trattamenti sanitari obbligatori cui fa riferimento l'art. 32 della Costituzione.

Tale precetto nel primo comma definisce la salute come "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività"; nel secondo comma, sottopone i detti trattamenti a riserva di legge e fa salvi, anche rispetto alla legge, i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Da ciò si desume che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l'art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell'uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale.

Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili.

Con riferimento, invece, all'ipotesi di ulteriore danno alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio - ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica - il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute - e lo stesso spirito di solidarietà (da ritenere ovviamente reciproca) fra individuo e collettività che sta a base dell'imposizione del trattamento sanitario - implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento. In particolare finirebbe con l'essere sacrificato il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a lui garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettività, e per essa dello Stato che dispone il trattamento obbligatorio, il rimedio di un equo ristoro del danno patito.

E parimenti deve ritenersi per il danno - da malattia trasmessa per contagio dalla persona sottoposta al trattamento sanitario obbligatorio o comunque a questo ricollegabile - riportato dalle persone che abbiano prestato assistenza personale diretta alla prima in ragione della sua non autosufficienza fisica (persone anche esse coinvolte nel trattamento obbligatorio che, sotto il profilo obbiettivo, va considerato unitariamente in tutte le sue fasi e in tutte le sue conseguenze immediate).

Se così è, la imposizione legislativa dell'obbligo del trattamento sanitario in discorso va dichiarata costituzionalmente illegittima in quanto non prevede un'indennità come quella suindicata.

3. - La dichiarazione di illegittimità, ovviamente, non concerne l'ipotesi che il danno ulteriore sia imputabile a comportamenti colposi attinenti alle concrete misure di attuazione della norma suindicata o addirittura alla materiale esecuzione del trattamento stesso. La norma di legge che prevede il trattamento non va incontro, cioè, a pronuncia di illegittimità costituzionale per la mancata previsione della tutela risarcitoria in riferimento al danno ulteriore che risulti iniuria datum. Soccorre in tal caso nel sistema la disciplina generale in tema di responsabilità civile di cui all'art. 2043 c.c.

La giurisprudenza di questa Corte è infatti fermissima nel ritenere che ogni menomazione della salute, definita espressamente come (contenuto di un) diritto fondamentale dell'uomo, implichi la tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c. Ed ha chiarito come tale tutela prescinda dalla ricorrenza di un danno patrimoniale quando, come nel caso, la lesione incida sul contenuto di un diritto fondamentale (sentt. nn. 88 del 1979 e 184 del 1986).

È appena il caso di notare, poi, che il suindicato rimedio risarcitorio trova applicazione tutte le volte che le concrete forme di attuazione della legge impositiva di un trattamento sanitario o di esecuzione materiale del detto trattamento non siano accompagnate dalle cautele o condotte secondo le modalità che lo stato delle conoscenze scientifiche e l'arte prescrivono in relazione alla sua natura. E fra queste va ricompresa la comunicazione alla persona che vi è assoggettata, o alle persone che sono tenute a prendere decisioni per essa e/o ad assisterla, di adeguate notizie circa i rischi di lesione (o, trattandosi di trattamenti antiepidemiologici, di contagio), nonché delle particolari precauzioni, che, sempre allo stato delle conoscenze scientifiche, siano rispettivamente verificabili e adottabili.

Ma la responsabilità civile opera sul piano della tutela della salute di ciascuno contro l'illecito (da parte di chicchessia) sulla base dei titoli soggettivi di imputazione e con gli effetti risarcitori pieni previsti dal detto art. 2043 c.c.

Con la presente dichiarazione di illegittimità costituzionale, invece, si introduce un rimedio destinato a operare relativamente al danno riconducibile sotto l'aspetto oggettivo al trattamento sanitario obbligatorio e nei limiti di una liquidazione equitativa che pur tenga conto di tutte le componenti del danno stesso. Rimedio giustificato - ripetesi - dal corretto bilanciamento dei valori chiamati in causa dall'art. 32 della Costituzione in relazione alle stesse ragioni di solidarietà nei rapporti fra ciascuno e la collettività, che legittimano l'imposizione del trattamento sanitario.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l'illegittimità costituzionale della legge 4 febbraio 1966, n. 51 (Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica) nella parte in cui non prevede, a carico dello Stato, un'equa indennità per il caso di danno derivante, al di fuori dell'ipotesi di cui all'art. 2043 c.c., da contagio o da altra apprezzabile malattia causalmente riconducibile alla vaccinazione obbligatoria antipoliomielitica, riportato dal bambino vaccinato o da altro soggetto a causa dell'assistenza personale diretta prestata al primo.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 giugno 1990.

Il Presidente: SAJA

Il redattore: CORASANITI

Il cancelliere: MINELLI

Depositata in cancelleria il 22 giugno 1990.

Il direttore della cancelleria: MINELLI

https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1990&numero=307

3**) Processo di Norimberga - https://it.wikiped...cesso_di_Norimberga

4**) Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. (18G00006) https://www.trovan...taglioAtto?id=62663

5**) cit. "Innanzitutto, per violazione della riserva di legge di cui al secondo comma di tale articolo. Si tratta, e' vero, di una riserva relativa di legge (il testo della norma recita infatti: "Nessuno puo' essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge"; e, tuttavia, in una materia tanto delicata qual e' quella in discussione, in cui viene in gioco il diritto "primario ed assoluto" alla salute, la previsione degli accertamenti di cui sopra si e' detto, idonei, se non ad eliminare, certamente a ridurre il rischio di complicanze da vaccino, non puo' non ritenersi ricompresa nella disciplina di principio, regolante gli aspetti essenziali della materia; cio' tanto piu' in quanto, in assenza di qualsiasi direttiva e specificazione sul punto, la discrezionalita' dell'autorita' sanitaria, sul se procedere all'accertamento di eventuali controindicazioni e sulla scelta del tipo di accertamento da compiersi, non appare in alcun modo circoscritta - com'e' necessario allorquando si verte in tema di diritti fondamentali della persona costituzionalmente protetti -" - https://www.gazzet...t.idSottoArticolo=0

Source by Redazione


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