La non via giudiziaria sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita

Venerdì
12:06:11
Maggio
28 2004

La non via giudiziaria sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita

Gli ovuli fecondati vanno impiantati, anche se c'e' il rischio che possano essere portatori di malattie genetiche". Lo afferma il giudice monocratico di Catania, che ha respinto la richiesta di una coppia di portatori sani di talassemia che chiedeva un esame del dna prima dell’impianto e l’eventuale congelamento dell’ovulo 'malato

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La sentenza del giudice Felice Lima

La sentenza, emessa il 3 maggio scorso ma della quale si è appresa notizia soltanto lo scorso 25 maggio, è la prima del genere in Italia dopo l’entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione assistita. La coppia, due dipendenti statali entrambi di 35 anni, senza figli, sollecitava anche l’invio degli atti alla Corte costituzionale, ma anche questa richiesta è stata respinta.
l’impianto sulla donna è andato avanti ma l’unico ovulo fecondato in vitro rimasto 'vivo' non ha attecchito. La coppia ha deciso di rinunciare alla fecondazione assistita e di avviare la pratica dell’adozione ma ha scelto ugualmente di proseguire l’azione civile, ricorrendo contro la sentenza. l’udienza di "appello" si è svolta davanti alla prima sezione civile penale del Tribunale di Catania nei giorni scorsi, la decisione è attesa per la prossima settimana.
Secondo il giudice monocratico Felice Lima, che ha respinto il ricorso della coppia, la legge sull’interruzione della gravidanza "non autorizza un uso dell’aborto come strumento selettivo dei feti, con riferimento alla loro salute". Per il giudice questo "è un uso eugenetico dell’aborto certamente vietato dalla legge"
Il giudice sottolinea come con la richiesta si "invoca l’esigenza di tutelare la salute del figlio 'desiderato' che, diversamente da quello che realmente si sacrifichera' è entita' virtuale, del tutto astratta, esistente solo nella rappresentazione mentale dei suoi aspiranti genitori".
"Sicchè -scrive il giudice Lima nella sentenza nr. 4612 del 2004- si da' l’impressione suggestiva di volere tutelare la salute del figlio, ma siccome il figlio tutelato non è quello reale ma quello virtuale, non si difende in realta' alcun figlio, ma la propria volonta' di averne uno conforme ai propri desideri, sacrificando a questo obiettivo, per tentativi successivi, tutti i figli reali difformi che venissero nel frattempo".
Il giudice nella sentenza rileva la "confusione di concetti" sui quali "si fondano le dottrine eugenetiche certamente ripudiate dal nostro attuale ordinamento giuridico". "E su questa confusione -scrive il giudice respingendo la richiesta- si fonda anche l’affermazione contenuta nel ricorso secondo la quale l’iniziativa giudiziaria dei ricorrenti sarebbe volta a tutelare l’interesse costituzionalmente garantito e vincolante del nascituro a nascere sano".

La donna, una paziente in cerca di cura

"È una legge atroce, fatta da chi non sa di cosa parla, occorre cambiarla per rispetto delle famiglie e delle donne". "Domani torno a lavorare -annuncia la donna sentita dall’agenzia Ansa- ma riprende la mia battaglia per un diritto naturale e costituzionale: avere un figlio mio, tutto mio e sano". l’insegnante afferma di essere "distrutta', anche se sottolinea di non volersi arrendere: "sto vivendo un'esperienza drammatica ma non mi fermo. Sono troppo arrabbiata, e dalla mia rabbia trovo la voglia di reagire e continuare". "Io a differenza di molti parlamentari italiani, senza cuore, vivo ogni giorno con l’handicap, perché faccio l’insegnante di sostegno. Molti di loro non sanno cosa sia il dolore di vedere un figlio gravemente malato. E se capitasse a una loro figlia? Che farebbero?". "Certo ci riprovero' ma non so come e quando. In questo momento mi sento trattata come un oggetto non come una donna. Spero che la legge cambi e possa riprovarci, perché non ho la possibilita' economica di andare all’estero, in uno dei tanti Paesi Europei dove si stanno recando tantissime coppie italiane benestanti". Dell’ipotesi adozione "per il momento" preferisce non parlare. "Perchè devo essere 'costretta' ad adottare un figlio da una legge che mi vieta di averlo naturalmente? Io voglio un figlio mio, come tante altre madri". l’insegnante ricorda "le sofferenze terribili e i dolori atroci per avere un figlio". "Ho gia' avuto tre aborti e non posso più farne, per non rischiare di morire. Io chiedo la possibilita' di avere impiantato embrioni sani o portatori sani di talassemia e di congelare quelli malati: non è un aborto eugenetico, la scienza fa passi avanti e in futuro potrebbe trovare una soluzione e 'guarirli"'. La donna non porta rancore nei confronti del giudice di Catania: "ha applicato una legge sbagliata che è un muro contro i diritti delle donne". "Dopo avere appreso della sentenza sono stata malissimo, e sono ancora distrutta. Avevo una speranza ma ho perso due volte: davanti al giudice per colpa di una legge sbagliata e crudele e l’embrione che portavo in grembo". "Questa situazione ha sconvolto la mia vita e quella dei miei familiari mio marito mi ha sempre sostenuto, e continua a farlo come i miei congiunti, ma non ci fermeremo: non so come, ma lotteremo ancora per avere riconosciuto un nostro diritto naturale riconosciuto in tutti i Paesi europei tranne che in Italia: avere un figlio nostro, sano".

l’avvocato della donna, Maria Paola Costantino

"La signora è sconvolta, non vuole parlare con nessuno, neanche con me. Comunichiamo via posta elettronica". Cosi' l’avvocato Maria Paola Costantino rivela dello stato d'animo della propria assistita, un'insegnante di 35 anni, portatrice sana di talassemia come il marito, alla quale il Tribunale di Catania ha respinto la richiesta di esami sugli embrioni da impiantare facendo ricorso alla fecondazione assistita.
"È stata una sentenza traumatica che ha sconvolto la vita della coppia. Speravamo che una decisione cosi' importante, un atto cosi' grave fosse demandato dal giudice alla Corte costituzionale per un giudizio sulla legittimita' della legge 40 sulla procreazione assistita". "Questa sentenza non tiene conto del diritto alla salute dei genitori e dello stesso bambino. La talassemia è una malattia grave, che crea inabilita" devastanti nei pazienti. È giusto pensare a chi nasce e come deve vivere. E pensare anche alla salute della donna, fisica e psicologica che sa di avere in grembo un figlio che nascera' con una patologia gravissima. Per questo i miei assistiti avevano chiesto di non impiantare gli embrioni eventualmente malati".

In una lettera agli atti del fascicolo, e riportata nella sentenza del giudice di Catania, la donna ricostruisce "il calvario vissuto" con il marito per "realizzare il desiderio di essere una famiglia in senso pieno e totale". ""Tuttavia durante questo percorso, ed in particolare nell’ultimo periodo, ho maturato una coscienza della sofferenza, in particolare quella derivante dalla malattia, che mi rende psicologicamente insopportabile l’idea di mettere al mondo e di dovere accudire, sentendomene colpevole, un figlio malato che debba vivere fra atroci sofferenze". Per questo sottolineava al suo medico che non sarebbe stata disponibile a ricevere l’impianto di un embrione malato "ritenendo tale eventualita' pericolosa per la mia salute fisica e psichica" e annunciava il "ricorso a pratica abortiva" se avesse concepito un feto malato.

Il medico, il dott. Nino Guglielmino

"l’impianto dell’ovulo fecondato è avvenuto dopo la sentenza: era riuscito con un embrione portatore sano, ma lo stato di salute della donna, che è molto provata fisicamente e psicologicamente, non ne ha consento lo sviluppo". Cosi' il dottor Nino Guglielmino del centro non profit Hera di Catania precisa i termini dello stato di salute della donna. "La signora ha avuto fecondati tre ovuli in vitro ma due si sono deteriorati. l’unico sopravvissuto è stato impiantato dopo la sentenza del Tribunale di Catania, e per fortuna è risultato essere sano. Ma purtroppo è andato perduto. La paziente ha avuto nei giorni successivi uno choc emotivo e fisico violento, che l’ha costretta anche al ricovero in ospedale". Il medico ha sentito per telefono la signora, che ha 35 anni come il marito e insegna e vive in Puglia, e le è sembrata "molto ripresa, particolarmente combattiva". Guglielmino sottolinea di "essere decisamente e nettamente contrario alla legge 40 sulla procreazione assistita" ma che "mai avrei violato una disposizione legale, nè una sentenza". "Capisco anche il giudice che non ha fatto altro che applicare, anche se in modo rigido, una legge che è sbagliata, anche sul piano etico". Al centro Hera di Catania, che è un punto di riferimento per la diagnosi prenatale della talassemia per il Mezzogiorno si fanno circa mille impianti l’anno. "La maggior parte delle persone che puntavano alla diagnosi prenatale prima dell’entrata in vigore della legge erano persone fertili, portatrici sane ma che avevano subito il trauma dell’aborto volontario perché il feto era affetto da una grave forma di talassemia".

Il medico sottolinea anche alcune "disparita' create dal legislatore". "Se una donna ha avuto impiantati due ovuli e uno è sano e l’altro malato dovra' decidere di tenerli entrambi o di eliminarli entrambi. Se un caso analogo avviene a una gestante rimasta incinta senza il ricorso alla fecondazione assistita, allora potra' scegliere se tenere quello sano e abortire quello talassemico. Ma allora la vita del feto non è uguale sempre e per tutti e qualche donna ha più diritti di altre a parita' di condizioni".

l’avvocato del centro medico, Gianni Baldini

"Nelle carenze della legge 40 sulla procreazione assistita c'è una vittima sicura: il medico, che suo malgrado è in balia delle decisione delle pazienti". Lo afferma l’avvocato Gianni Baldini, legale del centro Hera di Catania. l’avvocato afferma che "il medico è tra due fuochi perché non è assolutamente tutelato dalla legge". "Il giudice Lima, da tecnico, non ha fatto altro che applicare la legge, è la norma che è incompleta e non applicabile cosi' come è stata redatta, perché mette a rischio il medico, qualunque cosa faccia". Il legale ipotizza tre scenari possibili.

Prima ipotesi: il medico denuncia la donna e chiede l’esecuzione coercitiva del transfer embrionario con un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) atipico. "La forza pubblica in questo caso impone alla donna l’esecuzione del trattamento. Il medico non corre sanzioni ma rischia di essere querelato dalla paziente che, dopo il parto, puo' chiedere un risarcimento danni in sede civile e puo' denunciarlo per lesioni colpose aggravate e all’ordine dei medici provvedimenti disciplinari per violazione del codice deontologico".

Secondo scenario: il medico denuncia la donna e la forza pubblica non esegue la misura coercitiva. "È l’ipotesi più complessa nonostante l’embrione sia come noto materiale deteriorabile, infatti, al medico è fatto comunque e sempre divieto di crioconservarlo fuori dai casi di forza maggiore sopravvenuti. Come dovra' comportarsi? Rischia sanzioni penali con tre anni di reclusione, una multa la sospensione dalla professione sia che faccia deteriorare gli embrioni, sia che crioconservi quelli malati che la donna rifiuta di farsi trasferire".

Terza ipotesi: il medico non denuncia la donna, esponendosi cumulativamente a rischi di sanzione. "In tutti i casi il medico si espone a rischi di gravi sanzioni penali, civili e amministrative, il che rende la legge inapplicabile e senza soluzione per il professionista. Per questo abbiamo chiesto che la legge sia dichiarata incostituzionale".

Donatella Poretti
Leggete per esteso tutta la notizia alla fonte

Source by ADUC_-_Staminali


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