Riflessioni sull’esercizio della critica enologica

Martedì
09:29:18
Maggio
15 2012

Riflessioni sull’esercizio della critica enologica

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In uno dei tanti meravigliosi film del Woody Allen degli esordi c’è una scena divertentissima in cui il protagonista (che a quei tempi era immancabilmente “Lui“...)espone una sua personalissima teoria per la quale se non si sa fare proprio niente nella vita,si può sempre fare l’insegnante a scuola. Farei mia quella affermazione,volutamente provocatoria,affiancando agli insegnanti un’altra categoria:i “critici“ (con tutto il rispetto per gli insegnanti che perlomeno svolgono una funzione sociale...).
La parte di “critica“ che ho in mente è quella per così dire “enologica“.
Lungi dall’essere minimamente riconducibile agli splendori degli esordi quando vi si cimentavano artisti,geni (si pensi a Veronelli e a Soldati,tanto per citare un’accoppiata insuperata e insuperabile,soprattutto per il portato “letterario“ dei loro scritti....),la categoria dei critici del vino è frequentata oggi da personaggi di ogni sorta,più o meno brillanti,più o meno qualificati (di cui a volte se ne è smarrito il senso...),soprattutto nel mare magnum del web.
Ne tento un rapido tratteggio.
I più si presentano prendendo le distanze dall’argomento (non sono uno specialista...ma sono uno che si tiene informato!) e già sorge spontanea la domanda del perché uno che si autodefinisce non molto competente in materia vinicola ne debba poi parlare con tanta supponenza. E,pensando agli eventuali fruitori del verbo dell’improvvisato esperto,non si capisce perché un pubblico bisognoso di cure dovrebbe scientemente decidere di rivolgersi ad un “semplicemente informato“ piuttosto che ad un medico.
Poi,appena il discorso si fa duro,questi parolai mostrano noia da approfondimenti e tecnicismi. Vogliono metterla sempre sul leggero-allegro-andante! Ma la noia evidentemente è un loro problema o un’estrema difesa. Chi vuol veramente capire non percepisce la serietà come un peso ma come un pungolo.
Quindi furoreggia il vezzo di presentarsi in vesti d’agnello. Vanno dai produttori,assaggiano,li blandiscono,pontificano quasi fossero uno di loro e poi spesso li mortificano. E non sempre in maniera plateale e chiara,con giudizi negativi. Per mortificare un produttore di vini non occorre parlar male delle sue creature:basta subdolamente modulare l’eloquio sui toni di uno strisciante paternalismo.
Ulteriore elemento di categoria(eccetto le immancabili,sante,poche eccezioni...)è la permalosità. Tutti invocano enfaticamente il diritto-dovere di dire la propria. E tutti si ritirano alla bisogna nel fortino inespugnabile del proprio gusto. Dimenticando che la soggettività è la tomba del dialogo e dello scambio e che si avverte diffusamente,fra addetti ai lavori e non,il bisogno di ipotesi di oggettività( e quei pochi che hanno tentato e tentano questa strada sono esposti al pubblico ludibrio...).
In men che non si dica viene fuori la natura ferina appena qualcuno ne fa...a loro volta...oggetto di critica. Loro, i “critici“,raramente tollerano il dissenso. O meglio,talvolta simulano l’accettazione e l’assenso. In realtà aspettano l’occasione della ripartenza per detronizzare il “nemico“.
La verità è che spesso il “critico“ corrisponde ad una figura psicologica scontata e precisa. Voglia di protagonismo,arroganza,supponenza,malcelata ignoranza sono le sue spire. Tutto in loro suona magniloquente e mira ad uno scopo autoreferenziale. Giammai o quasi mai sono interessati alla promozione umana e culturale del prossimo. Spesso sono presi esclusivamente dalla loro promozione.
Purtroppo i “critici“ hanno il potere. Le guide,le più importanti associazioni o i blogger più seguiti orientano il mercato. E i produttori (non certo tutti onesti e innocenti...)sono costretti a tenerli in conto.
Mi fanno pensare ad una situazione a me tristemente nota. Da operaio metalmeccanico qual sono da un quarto di secolo,ho una storica tessera sindacale. Ce l’ho perché non posso farne a meno. Il sindacato è morto da tempo (perlomeno a mio avviso e nel mio piccolo mondo!),non tutela più nessuno,ma non essere affiliato ad una qualche sigla sindacale significa esporsi alla “macelleria sociale“ del padrone. Sindacato=tutela obbligatoria-necessaria per sopravvivere. Andrebbe strappata quella tessera,in un rigurgito di dignità. Prima o poi lo farò. Ma non tutti abbiamo la tempra di un Teobaldo Cappellano,di un Josko Gravner,di un Paolo Bea (solo per citarne alcuni...) che i “critici“,i curatori di guide e quant’altro li facevano e li fanno correre a gambe levate al primo cenno di falsità e di presunzione,e soprattutto...non li vanno a cercare!
Io stesso ho fatto un’esperienza illuminante. Assaggiando un superbo rosso veneto mi è scappata una frase:“...peccato che costi un pò tanto...“. Di rimando il produttore in ascolto mi ha risposto :“...solo dopo vent’anni di vigna e vinificazioni si dovrebbe avere diritto alla parola...“. Al momento la sua affermazione mi ha ferito. Ho biascicato una timida replica. In un istante il mio essere sommelier ed una ultratrentennale passione mi sono sembrate patacche inutili. Ma ho riflettuto nei giorni a seguire. E vedendo quello che c’è in giro,forse,quel produttore aveva ragione.
Perché,come diceva Guccini,i “critici“ sparano spesso cazzate. E non è difficile preconizzare un loro lento e inesorabile declino.
Come i “borghesi“ di “lolliana“ memoria,il vento...un giorno...li spazzerà via.

ROSARIO TISO
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Source by rosario_tiso


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